Se si volesse descrivere il Medio Oriente con una metafora stravagante, bisognerebbe paragonarlo a un enorme cubo di Rubik. Immaginate questa scena. Un cubo di Rubik irrisolto, lasciato al centro di un tavolo, invita quattro giocatori a sedervisi attorno. Ognuno di loro sostiene di conoscere la soluzione perfetta. Washington e Tel Aviv provano a imporre la loro strategia, ma Teheran e Beirut la contestano. E allora i toni si alzano, le accuse si incrociano. I giocatori si strappano reciprocamente l’oggetto della contesa dalle mani: ognuno vuole risolverlo a modo suo. Alla fine i quattro giocatori cominciano a lanciarselo addosso. Il tavolo si ribalta. Fine del match.
È una metafora molto semplice, ma efficacemente rivelatrice della situazione attuale in Medio Oriente, dove sono attivi due fronti: quello iraniano e quello libanese. Nel primo caso, il confronto con gli Stati Uniti procede secondo un andamento intermittente. Fasi di tensione si alternano a brevi scambi diplomatici. In Libano, invece, il conflitto ha assunto contorni più brutali. Nonostante il cessate il fuoco concordato tra Tel Aviv e Beirut, l’esercito israeliano continua a colpire il territorio libanese, provocando vittime tra i civili e conducendo operazioni vietate dal diritto internazionale.
Il Libano sarà una nuova Gaza?
Nel sud del Libano, Israele sta applicando una strategia già usata nella Striscia di Gaza, che consiste nel creare una zona di cuscinetto tra lo Stato israeliano e Hezbollah, la milizia sciita alleata dell’Iran. Non si tratterebbe di nulla di particolarmente eccezionale, se non fosse che questa strategia si traduce molto spesso in bombardamenti sulle aree civili, demolizioni sistematiche ed evacuazioni di massa. Sono tutte pratiche considerate illegali dal diritto internazionale. In questo momento, le IDF mantengono il controllo di un’area di circa venti chilometri, all’interno del territorio libanese. Decine di escavatrici e bulldozer stanno abbattendo case, scuole e moschee.
Dall’inizio della guerra, Israele ha emesso ordini di evacuazione che hanno interessato il 14% del territorio del Libano, soprattutto i quartieri meridionali di Beirut e tutta l’area a sud del fiume Litani. In queste regioni, popolate da una comunità a maggioranza sciita, Hezbollah gode di un forte consenso. Gli ordini di evacuazione hanno provocato un esodo enorme. Stiamo parlando di un milione di sfollati. Con il cessate il fuoco di metà aprile, migliaia di persone avevano tentato di fare ritorno nelle proprie abitazioni. Molti di loro, però, sono stati fermati dai soldati dell’esercito israeliano, perché la “zona di difesa avanzata” è stata resa praticamente inabitabile. Si tratta di una fascia di territorio militarizzata, che copre circa il 10% del territorio libanese.
Che cos’è la “zona di difesa avanzata”?
La cosiddetta “zona di difesa avanzata” si estende lungo una “linea di demarcazione gialla”, simile a quella della Striscia di Gaza. In Libano, questa linea corre dal Mar Mediterraneo fino al confine siriano. Per molti osservatori, non c’è niente di diverso rispetto alla strategia di occupazione attuata da Israele durante il conflitto scoppiato nel 1982. «Questa zona ha un’importanza tattica», ha detto Elias Hanna, generale libanese in pensione. «I villaggi inclusi in questa fascia si trovano in una posizione più elevata rispetto al nord di Israele e consentono di monitorare la sponda settentrionale del fiume Litani, in cui Hezbollah concentra la sua potenza di fuoco».
Le distruzioni materiali
Alla dimensione puramente tattica, tuttavia, si aggiungono le distruzioni materiali e le evacuazioni forzate. Il 22 aprile, la ministra dell’Ambiente libanese, Tamara el-Zein, ha accusato di Israele di «cancellare deliberatamente quartieri residenziali, infrastrutture, monumenti storici, luoghi di culto e persino siti archeologici». Foreste, terreni agricoli e risorse idriche hanno subito danni gravi. A centinaia di migliaia di residenti in circa cinquanta villaggi e città è stato vietato di rientrare. «I soldati israeliani impediscono agli abitanti di muoversi attraverso droni e tecnologie di sorveglianza avanzate, capaci di monitorare costantemente l’area e di limitarne gli accessi», ha spiegato Hussein Chaabane, giornalista investigativo di Legal Agenda, un’ONG libanese.
Nel frattempo, decine di bulldozer continuano a radere al suolo gli edifici in numerose località del sud del Libano, come Shama, Bayada, Kantara, Bent Jbail, Khiyam, Beit Lif, Naqura, Mays el Jabal, Deir Syriane, Houla, Kfarkila, Taybeh. Secondo le stime del Consiglio nazionale libanese per la ricerca scientifica, soltanto nei primi tre giorni della tregua sarebbero state distrutte 428 abitazioni. Dall’inizio della guerra, il numero totale delle case distrutte avrebbe superato quota 17.756, mentre gli edifici danneggiati sarebbero oltre 32.668. Le immagini satellitari analizzate da BBC Verify, invece, mostrano che dal 2 marzo l’esercito israeliano avrebbe demolito oltre 1.400 edifici.
Qual è l’obiettivo di Israele?
Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha chiesto all’esercito israeliano di applicare nel sud del Libano «i modelli di Beit Hanoun e Rafah», due città della Striscia di Gaza che simboleggiano le devastazioni causate dalle IDF. La volontà è chiara: demolire integralmente i villaggi di confine, svuotarli dei loro abitanti e creare una fascia di terra inabitabile, priva di qualsiasi infrastruttura che possa essere utilizzata dai militanti di Hezbollah. «C’è una chiara intenzione di svuotare l’area», ha aggiunto Chaabane. «In teoria, un’occupazione militare non implica necessariamente lo sfollamento forzato della popolazione civile, ma qui sì, a quanto pare».
Secondo Elias Hanna, la strategia israeliana si fonda sulla cosiddetta “dottrina Dahiya”, il principio della deterrenza punitiva elaborato dopo la guerra del 2006. Questa strategia di guerra asimmetrica comprende la demolizione delle infrastrutture civili, finalizzata a rendere impossibile la vita e a scoraggiare ogni futura minaccia. «Stanno creando una terra di nessuno, un luogo dove vivere è pericoloso e ricostruire non è più possibile», ha sostenuto Hanna. Nella logica militare israeliana, quindi, tutto perde il proprio status civile e diventa automaticamente assimilabile a Hezbollah o a un obiettivo militare. Moschee, scuole, siti culturali, operatori umanitari e persino giornalisti finiscono così nella categoria del “bersaglio legittimo”.