Dallo scorso 10 ottobre, data in cui è entrata in vigore la fragile tregua mediata dagli Stati Uniti, almeno 100 palestinesi sono stati uccisi e 230 feriti nella Striscia di Gaza. L’accordo, accolto inizialmente come un possibile preludio alla fine di un conflitto devastante, appare oggi seriamente compromesso, tra accuse reciproche di violazioni e il perdurare della crisi umanitaria.
Il bilancio del conflitto
La guerra di Israele contro Gaza, definita da diverse organizzazioni internazionali e da una commissione delle Nazioni Unite come un atto di genocidio, ha provocato sinora oltre 68.000 vittime e 170.200 feriti a partire da ottobre 2023. In Israele, invece, la strage del 7 ottobre 2023, guidata da Hamas, ha causato 1.139 morti e il rapimento di circa 200 persone.

I termini del cessate il fuoco
L’attuale cessate il fuoco si fonda su una proposta in 20 punti elaborata dagli Stati Uniti a fine settembre, con la mediazione congiunta di Qatar, Egitto e Turchia. I principali punti dell’accordo prevedono:
- la cessazione delle ostilità da parte di Israele e Hamas;
- la revoca del blocco agli aiuti diretti a Gaza e la cessazione delle interferenze israeliane nella loro distribuzione;
- la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani detenuti a Gaza;
- il rilascio di circa 2.000 prigionieri palestinesi da parte di Israele;
- il ritiro progressivo delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza;
- il disarmo di Hamas, con garanzie di amnistia o trasferimento sicuro per alcuni membri;
- il trasferimento dell’amministrazione di Gaza a un governo tecnocratico o a un’autorità palestinese indipendente.
Hamas ha accettato di rilasciare i prigionieri e di affidare la gestione politica dell’enclave a un'”amministrazione palestinese indipendente”. Ha tuttavia precisato che le questioni restanti dovranno essere discusse “nell’ambito di un quadro nazionale palestinese inclusivo”, di cui Hamas vorrà essere parte integrante.
L’origine delle accuse
Secondo quanto dichiarato domenica scorsa dall’esercito israeliano, Hamas avrebbe violato la tregua in un presunto attacco nella zona di Rafah, durante il quale due suoi combattenti avrebbero ucciso due soldati israeliani. In risposta, Israele ha lanciato una vasta ondata di bombardamenti su diverse aree della Striscia di Gaza.

Le Brigate Qassam, l’ala armata di Hamas, hanno negato ogni coinvolgimento, affermando di non essere a conoscenza di scontri nella zona di Rafah, che è sotto il pieno controllo israeliano. Il movimento ha ribadito la propria volontà di rispettare i termini del cessate il fuoco, ma ha sottolineato le difficoltà operative legate al recupero dei corpi dei prigionieri israeliani e delle migliaia di vittime palestinesi ancora sepolte sotto le macerie, stimate in oltre 10.000 civili.
Le violazioni da parte di Israele
Secondo l’Ufficio stampa governativo di Gaza, Israele avrebbe violato l’accordo in almeno 80 occasioni, causando la morte di 97 palestinesi.
- Venerdì scorso, un raid israeliano ha colpito un veicolo civile nel quartiere di Zeitoun, uccidendo 11 membri della famiglia Abu Shaaban, tra cui sette bambini e tre donne.
- Domenica, una nuova serie di bombardamenti ha provocato decine di vittime in diverse zone dell’enclave.
- Lunedì, le forze israeliane hanno nuovamente aperto il fuoco nel quartiere di Shujayea, sostenendo che i palestinesi colpiti “rappresentavano una minaccia” dopo aver oltrepassato la cosiddetta “linea gialla”, un confine non segnalato che delimita l’area di ritiro israeliana.
Israele ha inoltre mantenuto rigide restrizioni sugli aiuti umanitari, lasciando chiuso il valico di Rafah e consentendo l’ingresso di soli 300 camion al giorno, ovvero la metà di quanto previsto dall’accordo.

Hamas sta rispettando gli accordi?
Hamas ha dichiarato di aver rilasciato tutti i 20 ostaggi israeliani ancora in vita e di aver restituito 12 dei 28 corpi dei prigionieri uccisi durante i bombardamenti. Il movimento ha inoltre ribadito che le operazioni di recupero risultano estremamente difficili, a causa della devastazione delle infrastrutture e della mancanza di mezzi meccanici, chiedendo assistenza internazionale per proseguire le ricerche.
La situazione umanitaria
Per la popolazione civile di Gaza, il cessate il fuoco non ha portato un reale miglioramento. Interi quartieri sono stati rasi al suolo, rendendo impossibile per migliaia di famiglie individuare ciò che resta delle proprie abitazioni.

La “linea gialla invisibile”, imposta dalle forze israeliane, limita severamente la libertà di movimento dei civili e lascia circa il 58% della Striscia sotto controllo israeliano. Nel frattempo, cibo, acqua e medicinali restano estremamente scarsi, mentre gli aiuti internazionali vengono bloccati o ridotti in misura significativa.
Israele ha dichiarato di poter mantenere una “zona cuscinetto” fino a quando non emergeranno “nuove minacce terroristiche”, una clausola che, secondo diversi analisti, gli consentirebbe di permanere indefinitamente sul territorio di Gaza.
Il cessate il fuoco è ancora in vigore?
Nonostante le continue tensioni, il presidente statunitense, Donald Trump, ha dichiarato che il cessate il fuoco “resta in vigore” e che Washington continuerà a impegnarsi per garantire una situazione “molto pacifica”. Dopo i bombardamenti di domenica, l’esercito israeliano ha annunciato la ripresa della tregua e un nuovo afflusso di aiuti umanitari nella Striscia.
Da parte sua, Hamas ha riaffermato il proprio impegno per una pace duratura, pur denunciando le ripetute violazioni israeliane e l’aggravarsi dell’emergenza umanitaria.
In sintesi
Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas rimane formalmente in vigore, ma la realtà sul terreno racconta una situazione ben diversa: bombardamenti, restrizioni agli aiuti e vittime civili continuano a compromettere qualsiasi prospettiva di stabilità e a rendere sempre più lontana la possibilità di una pace effettiva per la popolazione palestinese, ancora intrappolata in una delle peggiori crisi umanitarie della sua storia recente.