L’episodio dell’attacco israelo-statunitense alla residenza di Ali Khamenei, avvenuto il 28 settembre, non rappresenta soltanto un punto di svolta per l’esistenza della Repubblica islamica iraniana, la cui architettura politica potrebbe essere messa in discussione da un tentativo di regime change, ma anche per l’intero assetto mediorientale. L’ayatollah, infatti, è una figura religiosa e un punto di riferimento imprescindibile per la comunità sciita della regione, prima ancora che un capo di Stato.
Era prevedibile, dunque, che l’assassinio di Khamenei e il bombardamento della sua residenza, a Teheran, potessero innescare delle conseguenze più ampie e alimentare una pericolosissima escalation di violenza in tutto il Medio Oriente. Nelle prime ore di lunedì, Hezbollah, tradizionalmente alleato con l’Iran, ha lanciato alcuni missili e uno “sciame di droni” contro una base militare israeliana, situata nei pressi di Haifa, con l’intento di vendicare la morte della guida suprema iraniana.
Il governo di Beirut, dal canto suo, ha tentato con ogni mezzo di scongiurare una possibile invasione di terra israeliana. Tali sforzi, tuttavia, potrebbero non bastare. “Benjamin Netanyahu e io abbiamo autorizzato le IDF ad avanzare e ad assumere il controllo di ulteriori posizioni strategiche in Libano, al fine di prevenire attacchi alle comunità israeliane di confine”, ha affermato il ministro della Difesa, Israel Katz. Così, mentre Israele intensifica la sua campagna militare contro Hezbollah, il Libano viene lentamente trascinato in un conflitto che non gli appartiene.

L’indebolimento di Hezbollah
Va detto, innanzitutto, che la milizia sciita appare, oggi, profondamente indebolita. Dopo anni di scontri con Israele, Hezbollah ha perso figure chiave della propria leadership. E non si dimentichi che le sue roccaforti, nel sud del Libano, sono state in parte penetrate dalle forze israeliane e che il suo arsenale missilistico risulta sensibilmente ridimensionato. Proprio nelle ultime ore, tra l’altro, è stata riportata la notizia della morte di Hussein Makled, capo del quartier generale dell’intelligence di Hezbollah, ucciso dall’esercito israeliano.
Nel frattempo, il fragile equilibrio politico sul quale regge il Libano vacilla. In seguito all’attacco di lunedì, rivendicato come una ritorsione per la morte di Khamenei, il governo libanese ha formalmente vietato le attività militari di Hezbollah. Si tratta di una decisione dal forte valore simbolico, ma non esente da rischi, poiché potrebbe inasprire le tensioni tra l’esercito regolare e la milizia sciita. “Non permetteremo che il Paese venga trascinato in nuove avventure belliche”, ha dichiarato Nawaf Salam, il primo ministro libanese.

La risposta di Israele
Da parte sua, il governo israeliano sembra determinato ad approfittare della contingenza geopolitica per consolidare la propria posizione strategica nella regione. Dopotutto, il Libano, già provato da anni di crisi economica e paralisi istituzionale, appare una preda facile per gli attacchi delle IDF. Secondo la CNN, droni di sorveglianza israeliani stanno sorvolando costantemente i cieli, mentre proiettili traccianti rossi fendono la notte come un avvertimento di nuovi, imminenti attacchi.
All’alba del 3 marzo, diversi raid aerei israeliani hanno colpito un edificio che ospitava gli studi di Al-Manar, a Dahiyeh, un sobborgo meridionale della capitale e storica roccaforte di Hezbollah. Israele ha dichiarato che l’operazione ha preso di mira centri di comando e depositi di armi del gruppo. Nel Libano meridionale, intanto, nuove offensive oltreconfine hanno provocato morti e feriti tra i civili, costringendo migliaia di persone ad abbandonare le proprie abitazioni, per cercare un rifugio lontano dalla linea del fronte.

Ci sarà un’invasione di terra?
Ad allarmare ulteriormente il governo libanese contribuisce, infine, la mobilitazione israeliana. Decine di migliaia di riservisti sono stati richiamati e dispiegati lungo il confine con il Libano. Tale misura sta alimentando le speculazioni su una possibile operazione terrestre più profonda, volta a respingere o persino smantellare definitivamente la milizia filo-iraniana.
In una conferenza stampa, tuttavia, il portavoce delle IDF, tenente colonnello Nadav Shoshani, ha ridimensionato questa ipotesi. “La nostra presenza è limitata all’area di confine immediata, in una posizione difensiva, per prevenire attacchi contro i civili israeliani e proteggere punti strategici chiave”, ha dichiarato. “Non si tratta di una manovra o di un’operazione su larga scala, ma di una misura tattica per garantire la sicurezza e prevenire tentativi di infiltrazione”.