Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha esteso a tempo indeterminato il cessate il fuoco nella guerra contro l’Iran, pur mantenendo attivo il blocco navale nello Stretto di Hormuz. Ha affermato che gli attacchi saranno sospesi fino a quando l’Iran non presenterà una nuova proposta di pace e i colloqui non giungeranno a conclusione.
Un’attività diplomatica intensa
Si era prospettata una giornata frenetica, quella di martedì. Più per i funzionari americani, forse. Mentre la scadenza del cessate il fuoco si avvicinava inesorabilmente, nella Casa Bianca si era aperta una corsa contro il tempo, scandita da riunioni faticose, serrate. Donald Trump consultava pressantemente il suo team, per trovare una soluzione definitiva alla questione iraniana. E intanto Islamabad chiamava. Ma l’Air Force Two, che era fermo sulla pista della base di Andrews, in attesa della partenza, non era ancora decollato. I funzionari iraniani non battevano colpo. E così, dopo alcune ore di incertezze, il secondo round di colloqui è stato rinviato.
Nei giorni precedenti, gli Stati Uniti avevano inviato all’Iran un elenco dei punti che avrebbero dovuto essere inclusi in un accordo propedeutico all’imminente incontro. In altre parole, gli iraniani, secondo Trump, avrebbero dovuto accettare quelle condizioni, se avessero voluto sedersi al tavolo delle trattative. Ma gli Stati Uniti, dopo tutti questi giorni, non avevano ancora ricevuto una risposta, nonostante il principale mediatore pakistano, Asim Munir, avesse sollecitato più volte Teheran a manifestare segni di vita, prima che J.D. Vance salisse a bordo dell’Air Force Two.
Perché l’Iran rimane in silenzio?
I collaboratori di Trump ritengono che una delle ragioni principali per cui non hanno ricevuto risposta dall’Iran sia da ricercarsi nelle divisioni interne all’attuale leadership iraniana. La sensazione generale che si ha all’interno dell’amministrazione statunitense, secondo la CNN, è che gli iraniani non abbiano opinioni unanimi riguardo il tema più critico dei negoziati, ossia l’arricchimento dell’uranio. È probabile che la motivazione del mancato raggiungimento di un fronte comune risieda nel fatto che il nuovo ayatollah, Mojtaba Khamenei, non stia impartendo istruzioni specifiche ai suoi subordinati.
Come si sa, Khamenei, poco dopo aver assunto la carica, è rimasto gravemente ferito in un attacco israeliano. Secondo alcune fonti interne alla sua cerchia ristretta, interpellate da Reuters, Mojtaba Khamenei è riuscito a salvarsi miracolosamente. Ha il volto sfigurato e ha dovuto sottoporsi all’amputazione di una gamba, ma è nelle condizioni per poter partecipare attivamente alle riunioni e prendere decisioni importanti. I funzionari statunitensi ritengono che il suo tentativo di far perdere le sue tracce e rimanere nascosto abbia interrotto le discussioni interne al governo iraniano.
La proroga del cessate il fuoco
Alla fine, quindi, Trump ha annunciato ufficialmente la proroga del cessate il fuoco, pubblicando un post su Truth Social. Secondo il presidente statunitense, la decisione di non proseguire i combattimenti è stata presa su richiesta degli ambienti diplomatici pakistani. “Ci è stato chiesto di sospendere il nostro attacco contro l’Iran fino a quando i suoi rappresentanti non saranno in grado di presentarci una proposta unitaria”, si legge nel comunicato. Una scena già vista. Solamente due settimane fa, Trump aveva esteso il termine della tregua, guadagnando tempo prezioso per la conduzione dei negoziati. Ma c’è un “ma”.
Stavolta, gli Stati Uniti non hanno fissato una data di scadenza. Potrebbe essere un bene. Ma anche un male. Da un lato, la scelta di prorogare il cessate il fuoco a tempo indeterminato potrebbe essere interpretata come un tentativo, stavolta più sincero e ponderato, di trovare una soluzione definitiva al conflitto. Dall’altro, potrebbe essere un sintomo di un’involuzione delle trattative o, più semplicemente, di uno stallo. I porti iraniani nello Stretto di Hormuz, in effetti, sono ancora circondati dalle navi statunitensi, nonostante i ripetuti appelli alla revoca del blocco navale. E non ci sono indizi che lascerebbero sperare in un cambio di scenario. “Non riapriremo lo stretto finché non avremo un accordo definitivo”, ha detto a tal proposito Trump.
E ora?
Secondo alcuni funzionari statunitensi, esiste la possibilità che le delegazioni diplomatiche dei due Paesi si incontrino presto. Ma non si sa ancora con certezza se e quando avverranno i prossimi colloqui. Attualmente, le richieste avanzate dagli Stati Uniti e dall’Iran sono inconciliabili.
I motivi di contrasto riguardano principalmente due temi: il controllo dello Stretto di Hormuz e il programma nucleare iraniano. Trump ha chiesto più volte all’Iran di rendere nuovamente accessibile lo stretto al traffico marittimo, e anche di consegnare o vendere agli Stati Uniti l’intero suo arsenale di uranio arricchito. È inutile aggiungere che l’Iran abbia opposto un netto rifiuto. A detta degli iraniani, il programma nucleare è stato intrapreso per scopi civili, non militari, e qualsiasi ingerenza straniera rappresenterebbe una violazione della loro sovranità. La controproposta iraniana, su questo punto, è stata chiara. E a riprova di ciò, Teheran ha preteso dagli Stati Uniti il risarcimento dai danni causati dai bombardamenti.
Sembra, dunque, che gli americani abbiano poche alternative all’intensificazione della campagna militare. Con il rinvio a tempo indeterminato della scadenza della tregua, Trump ha giocato la carta della diplomazia. Ma una soluzione rapida alla guerra, almeno per ora, sembra irraggiungibile.