L’accordo mediato dal Board of Peace, l’organismo deputato alla ricostruzione della Striscia di Gaza e alla gestione della transizione democratica, potrebbe rappresentare uno dei tentativi più ambiziosi degli ultimi anni per porre fine al conflitto tra Hamas e Israele. In base all’annuncio di Donald Trump, i termini dell’accordo prevedono che Hamas e le altre milizie palestinesi si disarmino e che l’esercito israeliano si ritiri dal territorio.
A dir la verità, il post pubblicato da Trump non chiarisce molti aspetti dell’accordo e lascia in sospeso alcune questioni. Hamas accetterà davvero di consegnare le armi? Israele ritirerà le proprie truppe dalla Striscia di Gaza? E quali garanzie potranno impedire il fallimento del piano?
Hamas si disarmerà?
A poche ore dall’inaugurazione della seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco, non è ancora chiaro se Hamas abbia davvero acconsentito al proprio disarmo. Uno degli interrogativi più assillanti riguarda le modalità con le quali verrà concretizzato il disarmo della milizia palestinese. La sesta clausola del piano di Trump, articolato in venti punti, prevede la dismissione non solo delle armi pesanti, ma anche delle armi leggere, come i fucili e le pistole. Bisogna considerare anche che il controllo civile della Striscia di Gaza lo assumerà il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG). Ciò implicherebbe necessariamente la consegna delle armi di Hamas al NCAG.
Qualora la notizia venisse confermata, il merito di ciò andrebbe attribuito esclusivamente alle intense pressioni diplomatiche esercitate da Egitto, Turchia e Qatar, che hanno svolto un ruolo cruciale nella mediazione tra le due parti. I leader di Hamas, inoltre, riterrebbero che l’accettazione di un piano di disarmo potrebbe contribuire a invertire il declino politico della milizia. Hamas, infatti, sta perdendo il sostegno finanziario dell’Iran, attualmente impegnato in una guerra logorante con gli Stati Uniti, e anche il controllo del territorio.

Israele ritirerà le sue truppe dalla Striscia di Gaza?
Il ritiro delle truppe israeliane dai territori circoscritti dalla cosiddetta “linea gialla” rappresenta una delle questioni più spinose dell’accordo. I funzionari israeliani, infatti, hanno già lasciato intendere che il ritiro completo delle IDF non accadrà. Da un lato, Benjamin Netanyahu dovrà fare i conti con le richieste provenienti dai suoi partner di estrema destra, favorevoli all’adozione di una linea dura. Dall’altro, il governo israeliano è scettico sulla possibilità che Hamas mantenga la sua promessa.
Tuttavia, Trump ha già minacciato di arrabbiarsi parecchio, qualora Netanyahu decidesse di sabotare il suo “capolavoro” diplomatico. Se sarà costretto ad approvare il piano, Israele potrebbe imporre delle condizioni. Dato che l’accordo è composto da più fasi e potrebbe richiedere molto tempo per essere completato, forse un anno, Tel Aviv avrebbe numerose opportunità per accusare Hamas di non rispettare i patti.

Cosa servirà per la buona riuscita del piano?
Gli annunci sono facili a farsi, ma attuarli è tutto un altro discorso. Questo accordo richiede che le due parti rispettino simultaneamente gli impegni presi. In sostanza, Hamas dovrà consegnare le armi e rinunciare al controllo militare della Striscia di Gaza in cambio della cessazione degli attacchi e del ritiro delle truppe israeliane dal territorio. La fiducia reciproca, però, è inesistente e nessuna delle due parti si aspetta che l’altra mantenga le promesse.
Pertanto, gli attori esterni saranno indispensabili per la buona riuscita del piano. Egitto e Qatar dovranno continuare ad esercitare una forte pressione su Hamas, affinché rispetti gli impegni presi. Dall’altro lato, Trump avrà un bel da fare per convincere Netanyahu ad accettare l’accordo e ad accantonare, a pochi mesi dalle elezioni, le richieste di Itamar Ben-Gvir e di Bezalel Smotrich.
Quale ruolo avrà l’ISF?
Per quanto riguarda, infine, il processo di transizione, la Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), autorizzata dalle Nazioni Unite, si occuperà di mettere in sicurezza le armi consegnate e di prevenire un vuoto di potere. Ad oggi, tuttavia, l’ISF è poco più che uno scarabocchio su un pezzo di carta: solo duecento soldati multinazionali potrebbero farvi parte. E il suo dispiegamento è direttamente subordinato alle suddette fasi dell’accordo di cessate il fuoco, comprendenti il disarmo di Hamas e il ritiro graduale delle truppe israeliane.
Conclusione
In definitiva, l’accordo potrebbe segnare una svolta nel conflitto israelo-palestinese, ma il suo successo dipenderà interamente dalla volontà delle due parti di rispettare gli impegni assunti. Come ha dimostrato il recente memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, se le due parti non sono soddisfatte dei termini dell’accordo, nessuna dichiarazione pubblica, per quanto enfatica, sarà sufficiente a cambiare la situazione sul campo. Anche questa intesa, quindi, potrebbe trasformarsi nell’ennesimo tentativo fallito di porre fine al conflitto.