La crisi israelo-palestinese è entrata in una nuova fase. Hamas si dichiara pronta a liberare tutti gli ostaggi, mentre il governo Netanyahu rilancia E1, il controverso piano di colonizzazione della Cisgiordania. Intanto, l’Unione Europea approva una risoluzione storica, che potrebbe imporre sanzioni contro i membri dell’esecutivo israeliano e sospendere l’Accordo di associazione con Tel Aviv. Ecco il punto della situazione.
Hamas è disposta a rilasciare tutti gli ostaggi
Il 3 settembre, Hamas ha dichiarato di essere pronta a concludere un accordo globale con Israele per porre fine alla guerra a Gaza. Il gruppo ha ribadito la disponibilità a rilasciare tutti gli ostaggi israeliani ancora detenuti nella Striscia, in cambio della liberazione di un numero concordato di prigionieri palestinesi.
La dichiarazione è arrivata poche ore dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva lanciato un appello pubblico ad Hamas attraverso un post su Truth Social: “Dite ad Hamas di restituire immediatamente tutti i 20 ostaggi (non 2, 5 o 7), e le cose cambieranno rapidamente”. Secondo Trump, il rilascio completo degli ostaggi potrebbe portare in poco tempo alla fine del conflitto.
La risposta di Israele: “Niente di nuovo da Hamas”
L’ufficio del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha respinto le dichiarazioni di Hamas, definendole prive di novità concrete. “Purtroppo si tratta dell’ennesima mossa di Hamas che non porta con sé nulla di nuovo”, si legge in un comunicato ufficiale.
Israele ha ribadito che la guerra a Gaza finirà solo a precise condizioni: il rilascio completo degli ostaggi, il disarmo totale di Hamas, la smilitarizzazione della Striscia, l’instaurazione di un controllo di sicurezza israeliano sull’area e la creazione di un’amministrazione civile alternativa.
Le proposte sul tavolo
Ad agosto, Hamas aveva accettato una proposta di cessate il fuoco della durata di 60 giorni. Secondo una fonte ufficiale egiziana, l’intesa prevedeva:
- la sospensione delle operazioni militari israeliane per due mesi;
- il rilascio della metà degli ostaggi israeliani detenuti a Gaza;
- la liberazione da parte di Israele di alcuni prigionieri palestinesi;
- un percorso negoziale verso un accordo per porre fine a un conflitto che dura da quasi due anni.
Nei giorni successivi, Netanyahu aveva annunciato la disponibilità di Israele a riprendere i negoziati per il rilascio degli ostaggi e la fine della guerra, ma “solo a condizioni accettabili per Israele”.
Il Ministero della Difesa israeliano approva il progetto E1
Giovedì sera, il primo ministro israeliano ha annunciato ufficialmente l’avvio del controverso piano di espansione dell’insediamento E1, un progetto da tempo al centro di forti critiche internazionali, dichiarando che “non ci sarà uno Stato palestinese”.
Durante una visita all’insediamento di Ma’ale Adumim, situato alla periferia di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata, Netanyahu ha affermato: “Manterremo la nostra promessa: non ci sarà uno Stato palestinese. Questo luogo ci appartiene. Salvaguarderemo il nostro patrimonio, la nostra terra e la nostra sicurezza. Raddoppieremo la popolazione della città”.

Una svolta strategica
Il piano E1, recentemente approvato in via definitiva dall’Amministrazione Civile del Ministero della Difesa, prevede la costruzione di 3.412 unità abitative nella parte occidentale di Ma’ale Adumim, appena a est di Gerusalemme Est. Il progetto, che include anche l’ammodernamento delle infrastrutture e l’espansione della rete stradale, ha un investimento stimato di quasi 1 miliardo di dollari.
La firma dell’accordo, sebbene in gran parte simbolica, segna l’inizio effettivo dei lavori, che secondo la ONG israeliana Peace Now potrebbero partire nel giro di pochi mesi. La costruzione degli edifici residenziali è prevista entro circa un anno.
Il colpo finale alla soluzione dei due Stati?
Il progetto E1 è stato a lungo considerato da molti analisti e sostenitori della pace come un punto di rottura per la soluzione dei due Stati. Se completato, E1 dividerebbe di fatto la Cisgiordania in due, isolando Gerusalemme Est dal resto dei territori palestinesi e compromettendo gravemente la possibilità di creare uno Stato palestinese.

“Questo piano è letale per il futuro di Israele e per ogni possibilità di raggiungere una soluzione pacifica a due Stati”, ha affermato Peace Now in un comunicato la scorsa settimana.
Smotrich: “Annetteremo tutta la Cisgiordania”
Alla cerimonia ha preso parte anche il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, figura di spicco dell’ala ultranazionalista del governo, che ha rilanciato con forza l’idea di un’annessione totale: “Primo ministro, presto la ringrazieremo e celebreremo insieme l’estensione della sovranità su tutta la Giudea e la Samaria”, ha dichiarato, usando i termini biblici per riferirsi alla Cisgiordania.

Attualmente, circa tre milioni di palestinesi vivono in Cisgiordania, accanto a circa 500.000 coloni israeliani. L’area E1, su cui sorgerà il nuovo insediamento, si estende per circa 12 chilometri quadrati ed è da decenni al centro delle ambizioni espansionistiche israeliane. Tuttavia, fino ad oggi, il progetto era rimasto bloccato, a causa della forte opposizione internazionale, in particolare da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.
Il Parlamento europeo vota una risoluzione contro Israele
Giovedì, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione significativa sulla guerra a Gaza, chiedendo all’Unione Europea di imporre sanzioni ai membri del governo israeliano e di sospendere i pagamenti bilaterali a Israele. La risoluzione arriva all’indomani del discorso sullo stato dell’Unione pronunciato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che aveva annunciato un pacchetto di sanzioni contro i ministri israeliani estremisti e i coloni più violenti.
Il contenuto della risoluzione
Il testo della risoluzione è stato adottato con 305 voti favorevoli, 151 contrari e 122 astensioni, diventando la prima posizione comune del Parlamento sulla guerra in corso a Gaza. Il documento sostiene esplicitamente la proposta della Commissione di sospendere parzialmente l’Accordo di associazione tra l’Unione Europea e Israele, in particolare per quanto riguarda le agevolazioni commerciali.
Oltre alle misure economiche e diplomatiche, la risoluzione comprende diversi elementi politicamente rilevanti:
- Invita gli Stati membri a riconoscere lo Stato di Palestina, come parte di una futura soluzione a due Stati.
- Condanna l’ostruzione agli aiuti umanitari a Gaza da parte del governo israeliano, ritenuta una delle cause dirette della carestia nel nord della Striscia.
- Chiede un’indagine internazionale sui crimini di guerra e sulle violazioni dei diritti umani.
I compromessi politici
La risoluzione è frutto di un compromesso raggiunto tra Socialisti, Liberali e Verdi. Inizialmente, il Partito Popolare Europeo (PPE), il principale gruppo di centro-destra, si era rifiutato di sostenere il testo. Tuttavia, giovedì mattina, a poche ore dal voto, ha deciso di appoggiarlo in cambio di modifiche sostanziali:
- l’eliminazione del termine “genocidio” in riferimento alla situazione a Gaza;
- la rimozione dell’espressione “carestia provocata dall’uomo”;
- la cancellazione di quei passaggi che contenevano critiche alla Commissione europea e ai governi degli Stati membri per inazione.
Grazie a queste modifiche, il testo ha potuto ottenere una maggioranza trasversale, pur riflettendo le profonde divisioni politiche all’interno dell’Unione Europea sulla gestione del conflitto israelo-palestinese.

Il discorso di von der Leyen
Il giorno prima, mercoledì, durante il suo discorso annuale sullo stato dell’Unione al Parlamento europeo di Strasburgo, Ursula von der Leyen aveva annunciato l’intenzione di imporre sanzioni contro alcuni membri del governo israeliano e i coloni, oltre a una sospensione parziale dell’intesa commerciale prevista dall’Accordo di associazione tra l’Unione Europea e Israele.
“Ciò che sta accadendo a Gaza ha scosso la coscienza del mondo”, aveva affermato von der Leyen, mentre sottolineava l’urgenza di un’azione europea condivisa, nonostante le divisioni tra gli Stati membri. “So che qualsiasi azione sarà esagerata per alcuni e insufficiente per altri. Ma dobbiamo tutti assumerci le nostre responsabilità”.

Le misure annunciate dalla Commissione
Le principali misure presentate includevano:
- sanzioni mirate contro ministri israeliani estremisti e i coloni, responsabili di violenze nei territori occupati;
- la sospensione parziale dell’Accordo di associazione tra Unione Europea e Israele, limitatamente al capitolo commerciale, con il conseguente ritiro delle preferenze tariffarie per i prodotti israeliani esportati nei Paesi dell’Unione Europea;
- l’interruzione dei finanziamenti bilaterali, per un totale di 6 milioni di euro annui, e il blocco di 14 milioni di euro destinati a progetti in corso.
La Commissione ha chiarito che il taglio dei fondi non sottrarrà i finanziamenti ai progetti educativi e commemorativi, come quelli promossi in collaborazione con Yad Vashem, né comprometterà il sostegno alla società civile israeliana.
Le divisioni interne
L’attuazione delle proposte della Commissione non è affatto scontata. Le sanzioni individuali richiedono l’unanimità tra i 27 Stati membri, e l’Ungheria ha già bloccato in passato tentativi simili. La sospensione del capitolo commerciale, invece, può essere decisa a maggioranza qualificata, ovvero con il sostegno di almeno 15 Stati membri rappresentanti il 65% della popolazione dell’Unione Europea.

Attualmente, Irlanda, Spagna, Danimarca, Svezia e Paesi Bassi si sono espressi a favore di una sospensione dell’accordo commerciale. Al contrario, Germania, Ungheria e Repubblica Ceca si sono opposte con fermezza.
La risposta di Israele
La reazione del governo israeliano è stata immediata. Il ministro degli Esteri, Gideon Saar, ha definito le dichiarazioni di von der Leyen “deplorevoli” e ha accusato Bruxelles di ignorare gli sforzi di Israele nel facilitare l’afflusso degli aiuti umanitari a Gaza. Saar ha inoltre ribadito che le responsabilità per le sofferenze della popolazione palestinese ricadono su Hamas, non su Israele.

Il contesto economico
L’economia dello Stato di Israele è strettamente legata all’Unione Europea. Secondo i dati della Commissione europea, nel 2024 lo scambio di merci tra le due parti ha raggiunto i 42,6 miliardi di euro (pari a circa 49,9 miliardi di dollari), rendendo l’Unione Europea il principale partner commerciale di Israele.
Un documento interno del Servizio diplomatico dell’Unione Europea, redatto nel luglio scorso, ha stimato che la sospensione dell’intero capitolo commerciale dell’accordo comporterebbe il ritiro di tutte le preferenze tariffarie concesse ai prodotti israeliani.