Due ONG israeliane hanno accusato Israele di genocidio

Il 28 luglio, per la prima volta dall’inizio della guerra a Gaza, due delle più note organizzazioni umanitarie israeliane, B’Tselem e Psysicians for Human Rights, hanno stabilito che lo Stato di Israele sta compiendo un genocidio contro i palestinesi. Si tratta di una denuncia senza precedenti, proveniente dall’interno della società civile israeliana, che dimostra in maniera evidente che l’opinione della guerra sta lentamente cambiando anche tra coloro che, fino a poco tempo fa, avevano negato le responsabilità dell’amministrazione Netanyahu.

In occasione di una conferenza stampa, svoltasi a Gerusalemme Est, gli attivisti per i diritti umani di B’Tselem e di Physicians for Human Rights Israel hanno presentato i loro rapporti, basati su mesi di ricerche e di studi, sostenendo che Israele sta conducendo “un’azione coordinata e deliberata per annientare la popolazione palestinese che risiede nella Striscia di Gaza”. “Non avremmo mai immaginato di dover scrivere il rapporto che abbiamo pubblicato oggi”, ha detto Yuli Novak, la direttrice di B’Tselem. “Ma negli ultimi mesi abbiamo assistito a una realtà che non ci ha lasciato altra scelta, se non quella di riconoscere la verità”.

Foto di Ahmad Gharabli/AFP

Secondo B’Tselem, uno degli elementi centrali a sostegno dell’accusa di genocidio è l’intento, un requisito giuridico ritenuto fondamentale della Convenzione sul genocidio del 1948 per la configurazione di questo crimine. L’organizzazione israeliana afferma che l’intento in questione sarebbe chiaramente desumibile da una serie di dichiarazioni pubbliche rilasciate da alti esponenti politici e militari israeliani. Tra gli esempi citati figura quello di Yoav Gallant, l’ex ministro della difesa, che nell’ottobre 2023, pochi giorni dopo l’attacco di Hamas, affermò: “Stiamo combattendo contro animali umani”. Una frase riferita non soltanto ai miliziani di Hamas, ma anche ai civili palestinesi.

Nello stesso mese, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, definì l’operazione militare a Gaza una “guerra contro Amalek”. Il riferimento proviene da un passo del Vecchio Testamento, dove Dio impartisce al popolo di Israele l’ordine di sterminare gli Amaleciti, compresi donne, bambini e animali. Secondo B’Tselem, questa metafora biblica non può essere liquidata come un’espressione retorica, perché carica la guerra di un significato religioso. E non un significato qualunque, ma un significato che evoca esplicitamente l’annientamento di un popolo intero.

Viste in quest’ottica, le dichiarazioni di Netanyahu e Gallant costituiscono automaticamente delle prove concrete dell’esistenza di discorsi istituzionali che disumanizzano la popolazione palestinese e ne giustificano lo sterminio.

Foto di Yonatan Sindel/Flash90

Il rapporto di Physicians for Human Rights Israel, invece, si concentra sul collasso degli ospedali, delle cliniche e delle strutture sanitarie palestinesi. “Le prove raccolte indicano una distruzione deliberata e sistematica del sistema sanitario di Gaza tramite attacchi mirati sugli ospedali, ostruzione all’ingresso delle forniture mediche e all’evacuazione delle persone malate e l’uccisione e la detenzione del personale medico”, si legge nel documento.

Durante la conferenza stampa, Guy Shalev, il direttore di Physicians for Human Rights, ha sottolineato l’importanza storica della presa di posizione assunta dalle due ONG israeliane. In passato, altre ONG, come Amnesty International e Human Rights Watch, avevano mosso accuse identiche, ma il governo israeliano e una buona fetta dell’opinione pubblica del Paese bollarono quelle denunce come delle semplici manifestazioni di antisemitismo. “Il fatto che delle organizzazioni umanitarie israeliane siano giunte alle stesse conclusioni può aprire uno spazio per un confronto e aiutare gli altri a riconoscere la realtà”, ha detto Shalev.

Israele ha respinto con fermezza le accuse di B’Tselem e di Physicians for Human Rights, giustificando le proprie operazioni militari come degli atti di autodifesa. David Mencer, il portavoce del governo, ha definito le accuse “infondate” e ha ribadito che l’elemento dell’intento non esiste. “Non ha senso che un Paese con intenzioni genocidarie invii 1,9 milioni di tonnellate di aiuti, per lo più alimentari”, ha detto Mencer. Anche l’esercito israeliano ha negato le accuse dei rapporti. A detta degli alti esponenti dell’esercito, le IDF avrebbero agito nel rispetto del diritto internazionale e adottato tutte le misure necessarie per evitare di procurare danni ai civili. L’unico responsabile delle morti dei civili, dunque, sarebbe Hamas, che avrebbe usato i palestinesi come scudi umani.

Foto di Abdelhakim Abu Riash/Al Jazeera

Da quando è scoppiata la guerra a Gaza, le IDF hanno ucciso circa 60.000 palestinesi, per lo più civili, e hanno raso al suolo la maggior parte della Striscia di Gaza, costringendo alla fuga oltre due milioni di persone. Il tema del genocidio ha un peso simbolico particolarmente forte in Israele, non solo per il significato morale che porta con sé, ma anche perché la definizione giuridica del termine fu formulata proprio dai giuristi ebrei sopravvissuti all’Olocausto. È anche per questo motivo che le accuse rivolte a Israele suscitano reazioni così tanto orgogliose tra gli israeliani, soprattutto tra coloro che sono più affezionati all’identità storica del proprio Paese.

Tuttavia, il consenso interno comincia a mostrare le sue prime crepe. Nelle ultime settimane, una parte crescente dell’opinione pubblica ha iniziato a interrogarsi sulla portata umanitaria del conflitto a Gaza, soprattutto dopo che è emersa la gravità della crisi alimentare. Sebbene Israele controlli l’accesso degli aiuti e sostenga di aver garantito l’ingresso di quantità di cibo sufficienti, la realtà sul campo racconta una situazione diversa: per tre mesi consecutivi, Israele ha bloccato completamente i rifornimenti. Secondo l’ONU, centinaia di civili sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre tentavano di raggiungere i punti di distribuzione del cibo.

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