Conflitto israelo-palestinese: l’orrore del XXI secolo

“Lotta armata fra stati o coalizioni per la risoluzione di una controversia internazionale più o meno direttamente motivata da veri o presunti”.

Dovrebbe essere questa la definizione che, secondo alcuni, rappresenterebbe e giustificherebbe le atrocità che ogni giorno si consumano nel mondo. “La guerra nella Striscia di Gaza è iniziata il 7 ottobre del 2023″ non è vero. Il conflitto nasce da molto prima, nell’esatto momento in cui gli affari, gli interessi economici ed il capitalismo del XXI secolo prevalgono sulla sorte di decine di migliaia di persone innocenti.

In guerra non c’è mai chi perde e chi vince, ma chi si arricchisce e chi no. E a Gaza sta succedendo proprio questo: continuano a morire centinaia di civili ogni giorno, per beneficiare quale potenza?

Quando queste consapevolezze arrivano alla ragione delle persone ad un tratto smettono di esistere attaccanti e difensori, forti e deboli e ci si rende conto che alla fine ci saranno solo morti e superstiti. Dall’inizio del conflitto sono 61.827 le vittime e 155.275 i feriti, una media di 96 morti al giorno e 227 feriti.
E cosa bisogna fare allora? Sperare e pregare di non essere i prossimi? Non la pensano così le centinaia di persone che decidono di sacrificare sé stessi per raccontare questo tipo di realtà senza veli e filtri, e per cosa? Rischiare di essere attaccati in tenda, con l’accusa di infiltrazione terroristica.

Purtroppo la realtà in cui viviamo non ci insegna come rispondere alle cosiddette benevolent dictatorships, ma la libertà di scegliere e provare a cambiare le sorti degli innocenti, è possibile.

Fonti: Al Jazeera – Progetto Dreyfus – SkyTg24 – Wikimedia Commons

Il diritto alla trasparenza giornalistica ed il paradosso del XXI secolo

Il paradosso del giornalismo è proprio questo, trovarsi nell’eterno conflitto tra il dovere d’informare nell’obbligo di ricercare, raccogliere, elaborare e diffondere notizie di pubblico interesse con la massima accuratezza possibile e nel rispetto della verità sostanziale dei fatti e l’attenzione nel farlo in conformità alle leggi che regolano il flusso delle informazioni (che, guarda caso, nella maggior parte dei Paesi in guerra è represso e notevolmente selettivo).

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