Per molti cittadini russi, il 2026 è stato un anno particolarmente difficile. L’economia sta vivendo una condizione di fragilità, l’inflazione ha fatto aumentare il costo dei beni essenziali, la pressione fiscale è salita e le restrizioni all’accesso a internet e alla libertà di espressione sono diventate sempre più pervasive. A tutto questo si aggiungono le conseguenze dirette della guerra: per la prima volta dall’inizio dell’invasione, non sono più soltanto le regioni di confine a subire gli attacchi ucraini, ma anche le grandi città, come Mosca e San Pietroburgo. In Crimea, dove le incursioni dei droni ucraini stanno provocando interruzioni nell’approvvigionamento di carburante e frequenti blackout elettrici, le autorità russe sono state costrette a chiudere spiagge e campi estivi.
I risultati ottenuti dalla Russia sul piano militare, inoltre, sono stati modesti. L’avanzata procede a un ritmo estremamente lento, mentre il costo umano ed economico della guerra continua a crescere. Eppure, il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, non ha dato alcun segnale di voler rallentare o cercare un compromesso. Al contrario, il Cremlino sembra determinato a proseguire il conflitto, anche a costo di imporre sacrifici sempre più pesanti alla popolazione russa, che sta mostrando i primi segni di stanchezza. Per comprendere questa apparente contraddizione, è necessario analizzare gli obiettivi strategici della Russia, la situazione sul campo di battaglia e le dinamiche politiche che condizionano le scelte del Cremlino.
Gli obiettivi di Putin
Gli obiettivi strategici di Vladimir Putin rimangono sostanzialmente immutati rispetto all’inizio dell’invasione. L’intenzione del presidente russo è chiara: riportare l’Ucraina nella sfera d’influenza russa, subordinandola politicamente e militarmente. Ciò potrebbe avvenire attraverso la conquista e l’annessione diretta di nuovi territori, come già accaduto in Crimea e nelle regioni occupate dell’Ucraina orientale e meridionale, oppure mediante l’insediamento a Kiev di un governo fantoccio, favorevole a Mosca. Parallelamente, il Cremlino mira a indebolire la credibilità della NATO, impedire un suo ulteriore allargamento verso est, limitare il peso geopolitico dell’Unione Europea e ristabilire una posizione dominante della Russia nell’Europa orientale.
Alla base di questa strategia vi è una visione storica ben precisa. Putin considera l’Ucraina parte integrante dello spazio imperiale russo, le cui origini risalgono ai tempi degli zar più importanti, come Pietro il Grande, Caterina II e Alessandro III. Nel suo saggio Sull’unità storica di russi e ucraini, il presidente russo sostiene che russi e ucraini costituiscano “un solo popolo”, reso unito da una storia, una cultura, una lingua e una religione comuni. Questa interpretazione, tuttavia, non trova riscontro nella realtà. L’Ucraina possiede una propria identità nazionale e una lingua distinta. Paradossalmente, proprio l’invasione russa ha rafforzato il sentimento nazionale ucraino, consolidando ulteriormente la distanza politica e culturale tra i due popoli.
Le perdite umane e il reclutamento
Secondo le stime del Center for Strategic and International Studies (CSIS), tra febbraio 2022 e giugno 2026 le forze armate russe avrebbero subito circa 1,4 milioni di perdite complessive tra morti, feriti e dispersi. Di queste, 450.000 sarebbero rappresentate da caduti. Si tratta di numeri senza precedenti. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, nessun altro esercito moderno ha registrato un livello di perdite paragonabile a quello russo in un conflitto convenzionale.
L’emorragia di personale rappresenta ormai uno dei problemi più urgenti della Russia, che ha difficoltà a compensare le perdite subite al fronte. Nel 2026 il tasso medio di perdite mensili avrebbe superato le 30.000 unità, mentre il reclutamento si attesterebbe intorno alle 27.000 nuove reclute al mese. Anche il rapporto tra le perdite russe e quelle ucraine sembra essersi deteriorato sensibilmente. Se per gran parte della guerra esso oscillava tra 2:1 e 3:1, nella prima metà del 2026 potrebbe aver raggiunto quasi 8:1. La causa di ciò risiede nell’efficace impiego da parte dell’Ucraina di droni da ricognizione e d’attacco e di sistemi dotati di intelligenza artificiale.
La situazione sul campo
La situazione appare sfavorevole alla Russia anche dal punto di vista territoriale. L’offensiva terrestre si è progressivamente esaurita e i ritmi di avanzamento si attestano intorno a poche manciate di metri giornalieri: circa 50 metri al giorno nell’area di Kostiantynivka, 70 metri nei pressi di Pokrovsk e poco meno di 90 metri nell’area di Sloviansk. Si tratta di alcuni dei più lenti tassi di avanzamento registrati in un conflitto moderno.
La primavera del 2026 ha segnato un cambiamento significativo. Per la prima volta, le forze russe hanno perso più territorio di quanto ne abbiano conquistato sia ad aprile sia a maggio. Tra gennaio e metà marzo, inoltre, l’Ucraina ha lanciato una controffensiva nel settore meridionale, riconquistando circa 400 chilometri quadrati nell’area compresa tra Oleksandrivka e Huliaipole.
Attualmente, la Russia controlla 118.000 chilometri quadrati di territorio ucraino, pari a circa il 20% del Paese, incluse la Crimea e le aree del Donbass occupate prima del 2022. Di questi, circa 75.000 chilometri quadrati sono stati conquistati durante l'”operazione militare speciale”. Sembra che la Russia, pur mantenendo il controllo di un’ampia porzione del territorio ucraino, abbia raggiunto un punto di stallo: per la prima volta dall’inizio della guerra, la propria area di controllo non mostra più una crescita significativa.
Il tracollo dell’economia russa
Per diversi anni, il Cremlino è riuscito a limitare l’impatto economico della guerra sulla popolazione, attraverso l’utilizzo delle riserve accumulate negli anni precedenti. Oggi, tuttavia, questa capacità appare sempre più limitata. Come osserva Moritz Schularick, presidente del Kiel Institute for the World Economy, l’economia russa si è dimostrata inizialmente più resiliente del previsto, ma le riserve disponibili si stanno rapidamente esaurendo. La crescita sta rallentando, le finanze pubbliche si sono indebolite e la dipendenza economica dalla Cina sta aumentando progressivamente.
A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono gli attacchi ucraini contro le infrastrutture energetiche russe. Ciò che per molti cittadini era rimasto un conflitto relativamente distante si è trasformato in una crisi energetica concreta, non più ignorabile. Circa due terzi delle regioni russe registrano ormai problemi nell’approvvigionamento di carburante, le cui conseguenze potrebbero minacciare la sopravvivenza di molte imprese. La situazione è particolarmente grave in Crimea, dove le autorità hanno dichiarato lo stato di emergenza, limitato la vendita di carburante e assistito a un drastico crollo del turismo, un settore fondamentale per l’economia locale.
Lo stesso Putin ha riconosciuto pubblicamente l’esistenza del problema, convocando d’urgenza i principali responsabili del governo per individuare possibili contromisure. Pur ammettendo che gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche hanno provocato danni ingenti, ha cercato di minimizzarne la portata, dichiarando ai media statali che la carenza di carburante, tutto sommato, non è «così critica». Nel frattempo, però, il Cremlino ha depennato i dati relativi ai prezzi del carburante dal Piano di lavoro statistico federale. E i video diffusi sui social media, che mostrano lunghe code ai distributori e violenti litigi tra automobilisti, contrastano nettamente con la narrazione rassicurante trasmessa dalla comunicazione ufficiale.
Perché Putin vuole prolungare la guerra?
Di fronte a una guerra così tanto dispendiosa, che nessuno dei due schieramenti può vincere, si potrebbe pensare che i tempi siano ormai maturi per il raggiungimento di un compromesso negoziale. Tuttavia, il Cremlino continua a perseguire una logica diversa. La ragione è innanzitutto politica.
Accettare un cessate il fuoco lungo l’attuale linea del fronte significherebbe riconoscere implicitamente il fallimento degli obiettivi dichiarati all’inizio dell’invasione. Dopo quattro anni di guerra, centinaia di migliaia di vittime e un enorme sacrificio economico, Putin potrebbe presentare ai cittadini russi come unico risultato soltanto una piccola striscia di territorio nell’Ucraina meridionale. È una magra consolazione per quelle famiglie che hanno visto partire i propri figli per il fronte senza vederli più tornare. Dal punto di vista della sua legittimazione politica, ciò equivarrebbe a una sostanziale ammissione di sconfitta.
Per questo motivo, il presidente russo preferisce prolungare il conflitto, piuttosto che accettare un compromesso. Tuttavia, la prosecuzione della guerra richiederà risorse sempre maggiori. La Russia dovrà probabilmente ricorrere a nuove forme di mobilitazione coercitiva della manodopera e delle risorse economiche, imponendo ulteriori restrizioni alla libertà di movimento, al mercato del lavoro e all’iniziativa economica privata. Misure di questo tipo rischiano di diventare profondamente impopolari. Le crescenti limitazioni all’accesso a internet e alla libertà di informazione suggeriscono che il Cremlino stia già attuando provvedimenti per contenere un eventuale aumento del malcontento interno.
Conclusione
A oltre quattro anni dall’inizio dell’invasione, gli obiettivi fondamentali delle due parti restano inconciliabili. La Russia cerca di sottomettere l’Ucraina, mentre Kiev rimane determinata a difendere la propria indipendenza. Vladimir Putin, ora, si trova intrappolato nella logica che egli stesso ha costruito. Non è riuscito a conseguire gli obiettivi iniziali, ma ritiene che interrompere il conflitto senza una vittoria inequivocabile comprometterebbe la sua autorità e la sua stessa sopravvivenza politica.
Per questo motivo, almeno nel breve periodo, il Cremlino appare destinato a perseguire un’unica strada: investire ancora più risorse in una guerra che, sul piano militare, economico e umano, sta diventando sempre più costosa.