Da oltre otto mesi, Cuba sta attraversando una crisi economica e umanitaria senza precedenti nella sua storia. La causa non è da ricercarsi nella cattiva gestione del Paese da parte di Miguel Díaz-Canel, ma in una ragione ben precisa, ossia l’embargo statunitense. Nulla di nuovo, si potrebbe pensare. Il rapporto tra L’Avana e Washington è ormai un esempio da manuale di rivalità storiche. Tuttavia, se fino a poco tempo fa l’isola poteva contare sul sostegno della Cina e della Russia, oggi le navi statunitensi impediscono l’arrivo di qualsiasi carico di carburante.
La situazione è precipitata lo scorso gennaio, all’indomani del blitz a Caracas, in cui le forze speciali americane hanno catturato Nicolás Maduro. «Cuba sarà la prossima», aveva annunciato Donald Trump. Tutto lasciava presagire un imminente intervento militare in vecchio stile, ma Trump ha optato per una strategia meno appariscente, quella della “massima pressione”. Nessuna dichiarazione di guerra formale, nessun abbordaggio in mare aperto, ma un limbo senza fine. Intanto, la popolazione cubana sta lentamente esaurendo le sue forze.
La crisi umanitaria a Cuba
I cubani, oggi, sopravvivono grazie al solo petrolio estratto e raffinato sull’isola, che non è sufficiente a coprire neanche la metà del fabbisogno nazionale. Come se non bastasse, questo tipo di greggio richiede un processo di raffinazione più costoso ed è impiegato quasi esclusivamente per alimentare le centrali elettriche. Questo impone un drastico razionamento dell’energia, che costringe le autorità locali a decidere quali quartieri sacrificare e quali lasciare collegati. Una condizione che, per i cittadini, si traduce in blackout lunghissimi e servizi paralizzati.
All’Avana, le interruzioni di corrente durano circa venti ore. Le automobili, prive di carburante, giacciono abbandonate lungo le strade. Il turismo, una delle principali risorse economiche del Paese, è quasi del tutto sparito. La produzione agricola, in alcuni settori, è crollata fino al 60%. Secondo le Nazioni Unite, la mortalità infantile è raddoppiata, le probabilità di sopravvivenza al cancro per i minori sono scese dall’85 al 65% e le forniture di medicinali essenziali coprono appena il 30% del fabbisogno.

Le catene alberghiere internazionali sono state costrette a cambiare denominazione, per evitare le sanzioni secondarie degli Stati Uniti. Mastercard e Visa hanno sospeso le operazioni e la valuta locale si sta svalutando rapidamente. Ai margini delle strade si sono accumulate montagne di rifiuti, rovistate da persone alla disperata ricerca di cibo o materiale di recupero. Con il peggioramento delle condizioni igieniche e un sistema fognario messo fuori uso dall’assenza di energia elettrica, il pericolo di epidemie si fa più concreto.
L’economia cubana dipende dalle importazioni
L’attuale condizione in cui versa Cuba ha riportato al centro del dibattito il tema dell’indipendenza economica. Fin dal 1991, l’isola ha cercato in tutti i modi di diversificare i propri partner commerciali, ma la dipendenza dalle importazioni è rimasta pressoché immutata. Le scarse risorse naturali e le limitate capacità produttive hanno mantenuto elevato il fabbisogno di beni esteri. Agli Stati Uniti, quindi, è bastato assumere il controllo del settore petrolifero venezuelano per far crollare l’intero sistema.
Il governo di Maduro, storicamente alleato dell’Avana, forniva a Cuba tra i 20 mila e i 70 mila barili di petrolio al giorno, a fronte di un fabbisogno complessivo stimato intorno ai 100 mila barili quotidiani. Parte di questi rifornimenti venivano persino rivenduti sui mercati internazionali, generando entrate vitali per le casse dello Stato. L’interruzione improvvisa delle spedizioni di petrolio venezuelano verso Cuba, quindi, ha privato l’isola della sua principale fonte di approvvigionamento esterno.