La visita di Trump a Pechino si è conclusa: il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?

L’incontro bilaterale tra Donald Trump e Xi Jinping si è concluso a reti inviolate. Al di là dello scambio reciproco di cortesie e la promessa, da parte del presidente cinese, di recarsi a sua volta a Washington, Trump ha ottenuto poco e niente dalla visita diplomatica in Cina. Proviamo a vedere il bicchiere mezzo pieno. L’attesissimo incontro tra i due presidenti ha contribuito senz’altro a distendere i rapporti tra i rispettivi Paesi, dopo circa dieci anni di digiuno diplomatico. Trump ha definito Xi Jinping un «amico». Xi Jinping ha detto a Trump che Stati Uniti e Cina dovrebbero essere «partner, non rivali». Un buona notizia, in effetti.

Adesso vediamo il bicchiere mezzo vuoto. All’inizio era previsto che l’incontro avrebbe ruotato attorno a tre questioni fondamentali: la guerra in Iran, l’intesa economica e la crisi di Taiwan. Alla fine della fiera, non si è registrato nessun progresso. Trump ha provato ad ammorbidire l’imperturbabile Xi, sperando che il suo linguaggio elogiativo e insolitamente conciliante facesse breccia nel suo cuore. Una strategia non molto diversa da quella che aveva già adottato lo scorso ottobre, a Busan. Ma non è bastato neanche stavolta. Anzi, Xi Jinping ha severamente avvertito Trump delle conseguenze che potrebbero derivare da un’eventuale ingerenza statunitense nell’affare Taiwan. E questa non è affatto una buona notizia.

Nessun progresso sul fronte commerciale

Partiamo dalla questione commerciale. Per facilitare il dialogo con la Cina, Trump ha portato con sé gli amministratori delegati di alcune delle più importanti aziende statunitensi, tra i quali Elon Musk. Nonostante ciò, il rientro in patria del presidente americano non è stato seguito da alcun annuncio ufficiale. Solo dichiarazioni vaghe, che non lasciano presagire altro se non questo: che non è stato raggiunto nessun accordo. Trump si è limitato a dire che la visita è stata «incredibile», ma non ha rivelato ulteriori dettagli. Secondo Reuters, l’unica questione sulla quale Xi Jinping e Trump hanno trovato un punto d’incontro riguarda la vendita di prodotti agricoli e di 200 Boeing alla Cina.

La questione delle terre rare, invece, è rimasta in sospeso. Lo scorso ottobre, mentre era a Busan, in Corea del Sud, Xi Jinping aveva accettato di interrompere per almeno un anno le restrizioni cinesi sulla loro esportazione. L’attesa proroga dell’accordo, però, non è arrivata. Con ogni probabilità, quindi, a novembre scadrà il termine dell’accordo e rientrerà in vigore il regime di controllo sull’esportazione delle terre rare. Neanche la vendita sul mercato cinese del secondo chip più potente di Nvidia, l’H200, è stata approvata. A gennaio, la Casa Bianca aveva consentito a Nvidia di esportare i suoi microchip in tutto il mondo, ma la Cina ha preferito affidarsi ai propri chip, per ridurre la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti.

La guerra in Iran

Si è parlato anche di politica. Attraverso il viaggio a Pechino, Trump sperava di poter strappare a Xi Jinping la promessa di esercitare pressione sull’Iran, al fine di accelerare il processo di pacificazione del conflitto e riaprire lo Stretto di Hormuz. Finora, Xi Jinping è rimasto a guardare alla finestra, senza esporsi pubblicamente. Ma una cosa è certa. La Cina non trae alcun vantaggio dal blocco dello Stretto di Hormuz, perché circa la metà delle sue importazioni di greggio transita attraverso di esso. Xi Jinping ha tutti gli interessi del mondo a far sgomberare lo stretto. Non è chiaro, tuttavia, se il presidente americano sia riuscito a ottenere il suo appoggio. Xi Jinping non ha voluto rilasciare dichiarazioni ai giornalisti, mentre Trump ha riferito che il presidente cinese vuole impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare. Sarà vero? O è solo una sua supposizione?

La crisi di Taiwan

Arriviamo al clou: la crisi di Taiwan. In occasione del vertice, Xi Jinping ha cercato di convincere Trump a interrompere la vendita di armi all’isola di Taiwan, che la Cina considera una “provincia ribelle”. Trump non ha voluto esporsi su questa questione. Ma il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha detto che la posizione degli Stati Uniti «resta invariata». Nessun passo indietro, quindi. Washington continuerà a fornire supporto politico, logistico e militare a Taiwan, anche se ciò potrebbe comportare un drastico deterioramento dei rapporti diplomatici con la Cina. Xi Jinping l’ha detto chiaramente: «Qualsiasi gestione errata della situazione trascinerà i due Paesi (Cina e Taiwan, n.d.a.) in un conflitto e porterà la relazione tra Cina e Stati Uniti a una situazione estremamente pericolosa».

Secondo il Guardian, Xi starebbe cercando anche di modificare il modo in cui gli Stati Uniti si riferiscono alla sovranità di Taiwan e di far accettare loro una terminologia di suo gradimento. L’obiettivo della Cina, in altre parole, è di convincere gli Stati Uniti a dichiarare esplicitamente di “opporsi” all’indipendenza di Taiwan, piuttosto che di “non sostenerla”. Il presidente cinese, in conclusione, si è augurato che i due Paesi riescano a superare la cosiddetta trappola di Tucidide. E allora noi tutti ci chiediamo: gli Stati Uniti e la Cina riusciranno ad evitare di cadere in questa trappola? Nel frattempo, Taiwan osserva attentamente l’evoluzione della faccenda.

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