Il presidente ad interim siriano, Ahmed al-Sharaa, è arrivato oggi nella capitale statunitense per una visita ufficiale, che culminerà il 10 novembre con un incontro alla Casa Bianca con Donald Trump. Sarà la prima volta, nella storia moderna, che un capo di Stato siriano varcherà le soglie della residenza presidenziale americana. Un evento che segna una potenziale svolta nei rapporti tra Damasco e Washington, dopo tredici anni di guerra civile.
Un cambio di rotta nella politica americana
La visita di Sharaa avviene all’indomani della decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di revocare le sanzioni contro il presidente siriano e il suo ministro dell’Interno, Anas Khattab. La mossa è stata fortemente sostenuta dagli Stati Uniti, che già a maggio avevano annunciato l’intenzione di revocare le proprie sanzioni bilaterali nei confronti di Damasco, segnalando un profondo riposizionamento della politica americana in Medio Oriente.

Secondo l’inviato speciale americano per la Siria, Tom Barrack, “il nuovo governo siriano si muove a una velocità senza precedenti, forse persino sulla strada della normalizzazione con Israele”.
Dalla caduta di Assad all’ascesa di Sharaa
La trasformazione siriana è iniziata nel dicembre 2024, quando il lungo regime di Bashar al-Assad è stato rovesciato da un’offensiva del gruppo islamista Hayat Tahrir al-Sham (HTS), guidato dallo stesso Sharaa, noto in passato con il nome di battaglia Abu Mohammad al-Jolani. HTS, erede del Fronte al-Nusra e un tempo affiliato ad al-Qaeda, era stato inserito nelle liste di sanzioni dell’ONU nel 2014. La revoca delle misure restrittive nei confronti del nuovo presidente rappresenta, dunque, un cambiamento politico di portata storica.
Verso la normalizzazione con Israele
Al centro dell’incontro a Washington ci saranno tre temi chiave: la rimozione delle sanzioni residue, la ricostruzione della Siria e la cooperazione in materia di sicurezza, con particolare riferimento a Israele. Trump ha espresso la speranza che la Siria possa unirsi agli altri Paesi arabi che hanno già normalizzato i rapporti con Israele nell’ambito degli Accordi di Abramo.

Fonti diplomatiche riferiscono che Damasco e Tel Aviv stanno negoziando un accordo di sicurezza mediato da Washington, che includerebbe la creazione di una zona demilitarizzata nel sud della Siria e il ritiro parziale delle truppe israeliane. Tuttavia, le trattative restano bloccate su punti sensibili, come la presenza militare israeliana sul Monte Hermon e la richiesta di un corridoio umanitario verso Suwayda, condizioni che Sharaa considera inaccettabili.
La presenza militare americana in Siria
Secondo un’inchiesta di Reuters, gli Stati Uniti starebbero pianificando di stabilire una base militare nei pressi di Damasco, destinata a funzioni logistiche, di sorveglianza e rifornimento. La struttura resterebbe formalmente sotto sovranità siriana, ma ospiterebbe personale americano, per facilitare il nuovo patto di sicurezza tra Siria e Israele.
Questa decisione si inserisce in una più ampia strategia di dislocazione militare americana nella regione, che comprende nuove presenze in Libano e Israele, volte a monitorare rispettivamente il cessate il fuoco con Hezbollah e la tregua tra Hamas e lo Stato ebraico.

La pressione di Trump
A Gerusalemme, l’arrivo di Sharaa a Washington è visto con prudente ottimismo. “Il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti rappresenta un punto di svolta”, ha dichiarato Carmit Valensi, ricercatrice dell’Istituto israeliano per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale. Dopo mesi di scetticismo, il governo israeliano, sotto la pressione di Trump, ha accettato di mantenere aperti i canali di dialogo con Damasco.
Israele auspica che la mediazione americana possa portare, entro fine anno, a un accordo di disimpegno militare simile a quello del 1974, siglato dopo la guerra dello Yom Kippur.
L’atteggiamento dell’Iran
Per Teheran, la caduta di Assad, storico alleato, e l’ascesa di Sharaa hanno rappresentato un duro colpo. La Guida Suprema, Ali Khamenei, ha denunciato la transizione siriana come “una cospirazione israelo-americana”, promettendo di mantenere la presenza iraniana nella regione. Tuttavia, la nuova leadership di Damasco ha preso le distanze da Teheran, accusandola di interferenze negli affari interni siriani e di strumentalizzare le divisioni settarie.

Il recente avvicinamento di Damasco a Washington e Tel Aviv riduce ulteriormente l’influenza iraniana nel Levante, ponendo a rischio la sopravvivenza dell’Asse della Resistenza, che collegava Iran, Siria e Hezbollah.
Putin l’equilibrista
Anche la Russia sta ricalibrando la propria posizione. Il mese scorso, Sharaa è stato ricevuto a Mosca dal presidente Vladimir Putin, mentre l’inviato speciale russo, Alexander Lavrentyev, ha successivamente incontrato a Teheran il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale, Ali Larijani. Mosca appare intenzionata a svolgere un sapiente gioco di equilibri, pesi e contrappesi.
Un nuovo ordine in Medio Oriente
La visita di Ahmed al-Sharaa alla Casa Bianca va, dunque, ben oltre la dimensione bilaterale: rappresenta il simbolo di un profondo riallineamento geopolitico in Medio Oriente. Se Damasco riuscirà a consolidare la cooperazione con Washington e Tel Aviv, la Siria potrebbe uscire da oltre un decennio di isolamento e guerra civile, ma al prezzo di ridefinire le proprie alleanze tradizionali.
Per l’Iran, si apre una fase di incertezza; per gli Stati Uniti e Israele, una rara opportunità di stabilizzare una delle aree più instabili del pianeta.