A quasi due anni dall’inizio della guerra a Gaza, un’indagine congiunta del Guardian, della rivista israelo-palestinese +972 Magazine e del quotidiano in lingua ebraica Local Call ha fatto emergere una realtà a dir poco sconcertante: secondo fonti riservate dell’intelligence militare israeliana, circa cinque palestinesi su sei uccisi dall’IDF erano civili. Un tasso di vittime civili devastante, che colloca questo conflitto tra i più letali per la popolazione civile nella storia recente.
Un tasso di mortalità civile senza precedenti nella storia recente
Il database classificato dell’esercito israeliano, aggiornato a maggio 2025, riporta 8.900 militanti di Hamas e della Jihad Islamica Palestinese (PIJ) uccisi o “probabilmente uccisi”. Nello stesso periodo, il Ministero della Sanità di Gaza ha documentato 52.928 vittime totali, cifra che include sia i civili che i combattenti. I dati indicano, dunque, che solo il 17% dei morti erano militanti, mentre l’83% erano civili.
Questo rapporto di 5 civili uccisi per ogni combattente è straordinariamente elevato, soprattutto se confrontato con i conflitti più sanguinosi della storia recente. Therése Pettersson, dell’Uppsala Conflict Data Program (UCDP), ha definito questa proporzione “insolitamente alta”. “Si possono trovare tassi simili in singole battaglie, ma raramente a livello complessivo”, ha affermato.

Nei conflitti monitorati dall’UCDP dal 1989, una percentuale di vittime civili così elevata è stata superata solo in tre episodi eccezionali: il genocidio in Ruanda, il massacro di Srebrenica (non l’intera guerra in Bosnia) e l’assedio di Mariupol nel 2022.
I dati contenuti nel database
I dati riportati dall’intelligence israeliana si basano su documenti interni di Hamas e PIJ, mai resi pubblici o verificati in modo indipendente, che elencano 47.653 palestinesi come membri attivi delle ali militari dei due gruppi. Tuttavia, molte fonti dell’intelligence ammettono che il conteggio potrebbe non includere molte morti non registrate, né l’ingresso delle nuove reclute.
Paradossalmente, l’esercito israeliano considera attendibili anche i dati del Ministero della Sanità di Gaza, nonostante i politici israeliani liquidino regolarmente questi numeri come propaganda. Il bilancio di oltre 52.000 vittime, secondo il Ministero della Salute di Gaza, si basa solo sui corpi recuperati, ma esclude le migliaia di dispersi ancora sotto le macerie.

Di fronte a queste cifre, l’IDF ha evitato risposte dettagliate. Interpellato dal Guardian, un portavoce si è limitato a dichiarare che “i dati presentati sono errati”, senza specificare quali. In altre occasioni, i funzionari israeliani hanno parlato di 20.000 combattenti uccisi, sostenendo un presunto rapporto 1:1 tra i civili e i militanti. Ma queste cifre comprenderebbero anche i poliziotti e il personale civile impiegati nell’amministrazione di Hamas, che il diritto internazionale protegge esplicitamente, in quanto non direttamente coinvolti nei combattimenti.
Una fonte dell’intelligence israeliana ha descritto il meccanismo di classificazione delle vittime palestinesi adottato dai soldati come “arbitrario”: “Le persone vengono promosse al rango di terroristi dopo la loro morte. Se mi fossi basato solo sulle dichiarazioni delle brigate, avrei concluso che abbiamo ucciso il 200% dei membri di Hamas”.
Anche Itzhak Brik, generale in pensione ed ex consigliere di Benjamin Netanyahu, ha accusato il governo di manipolare le cifre: “Non esiste alcuna corrispondenza tra i numeri diffusi pubblicamente e la realtà. È tutto un enorme bluff”.

Nessun riguardo per i civili
Secondo numerosi analisti, il numero elevatissimo di vittime civili è la conseguenza diretta delle strategie militari israeliane. L’IDF conduce operazioni in aree densamente popolate, con regole d’ingaggio che tollerano perdite civili anche massicce, anche quando l’obiettivo è un militante di basso rango.
Mary Kaldor, docente emerita alla London School of Economics e direttrice del Conflict Research Programme, ha affermato che la guerra a Gaza va oltre le logiche tradizionali di scontro militare. “Non si tratta più di battaglie sul campo tra eserciti convenzionali. A Gaza stiamo assistendo a una campagna sistematica di omicidi mirati condotta in aree urbane affollate”, ha dichiarato. “L’obiettivo non è la sconfitta militare, ma il controllo del territorio attraverso la soppressione e lo sfollamento della popolazione”.
Anche Neta Crawford, professoressa a Oxford e cofondatrice del progetto Costs of War, ha denunciato un drastico allontanamento dalle pratiche militari volte alla tutela dei civili: “Israele afferma di applicare le stesse procedure di mitigazione delle vittime civili utilizzate dagli Stati Uniti. Ma l’evidenza sul campo dimostra il contrario”. Negli anni Settanta, spiega il Guardian, l’indignazione pubblica per i massacri compiuti dagli americani in Vietnam costrinse gli eserciti occidentali a modificare il loro modo di combattere.

Testimonianze raccolte da ex soldati israeliani confermano questa prassi. Un militare di stanza a Rafah ha raccontato che la sua unità aveva tracciato una “linea immaginaria” sulla sabbia e sparava a chiunque la oltrepassasse, bambini e donne inclusi. “Sparavamo per uccidere, non per avvertire. Nessuno mirava alle gambe”.
La retorica genocida utilizzata dal governo israeliano
Molti studiosi, giuristi internazionali e attivisti per i diritti umani, incluse alcune ONG israeliane, sostengono che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza. A rafforzare le accuse di genocidio contribuiscono non solo le statistiche, che evidenziano l’imposizione della fame come strumento di guerra, ma anche le dichiarazioni pubbliche di esponenti politici e militari israeliani.
Aharon Haliva, ex capo dell’intelligence militare, ha affermato: “Per ogni israeliano ucciso il 7 ottobre, devono morire 50 palestinesi. Non importa se sono bambini”. Ha definito le uccisioni di massa “necessarie”, come “messaggio alle generazioni future”. Queste affermazioni sono state trasmesse in TV senza essere smentite.

Per Muhammad Shehada, analista palestinese, il governo israeliano sta gonfiando deliberatamente le cifre sui militanti uccisi: “A Gaza, ogni palestinese viene automaticamente considerato membro di Hamas. È una giustificazione per colpire indiscriminatamente, anche quando non esiste una minaccia concreta”.
Lo sfollamento della popolazione palestinese
Secondo Mary Kaldor, la guerra di Israele a Gaza condivide molti aspetti con altri conflitti moderni, come quelli in Sudan, Yemen, Uganda e Siria, dove la violenza è mirata più contro i civili che contro i nemici armati. Questa ipotesi è rafforzata dagli eventi degli ultimi mesi: ai palestinesi superstiti è stato ordinato di abbandonare anche il poco territorio ancora abitabile (circa il 20% della Striscia), in vista di una nuova offensiva di terra. Intanto, l’IDF ha assunto il controllo dei punti di distribuzione alimentare, uccidendo a sangue freddo i civili affamati che cercano di accedere agli aiuti.

Conclusione
Il governo israeliano continua a sostenere che si tratta di una guerra di autodifesa, giustificata dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, in cui morirono 1.200 persone. Tuttavia, i dati emersi dal proprio apparato di intelligence e le testimonianze raccolte sul campo delineano una realtà ben diversa: un conflitto asimmetrico, in cui la stragrande maggioranza delle vittime è costituita da civili. Se confermati, questi numeri porrebbero la guerra a Gaza tra i conflitti più letali per la popolazione civile dell’era contemporanea.