Il 26 febbraio 2023, due giovani coloni israeliani furono uccisi da un militante di Hamas, mentre percorrevano in auto la strada principale di Huwara, un centro abitato palestinese a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata. Il movimento terroristico rivendicò con orgoglio l’attentato, sostenendo che questo fosse stato organizzato in risposta a un’incursione dell’esercito israeliano a Nablus, avvenuta alcuni giorni prima. La sera stessa, centinaia di coloni israeliani presero d’assalto Huwara, dando alle fiamme decine di abitazioni, distruggendo negozi e uccidendo addirittura un palestinese innocente. Nonostante ciò, i soldati israeliani lì presenti si tennero in disparte e non intervennero.
La strage di Huwara ha rappresentato un punto di svolta. Non è stato il primo episodio di rappresaglia documentato, né l’esempio più brutale di attacchi condotti da gruppi di coloni estremisti contro le comunità palestinesi. È diventato, però, il simbolo di una dinamica che da anni caratterizza alcune aree della Cisgiordania: l’espansione degli insediamenti, la radicalizzazione di una parte del movimento dei coloni, le ripetute aggressioni contro i civili e la connivenza delle Forze di Difesa Israeliane. Ma chi sono queste persone? Agiscono da sole? Chi le protegge? E soprattutto, perché si spingono a tal punto? Per prima cosa, bisogna capire come funziona il movimento dei coloni.

Chi sono i coloni?
Quando si parla dei coloni, si tende a immaginare un manipolo di uomini armati, con la kippah in testa e il fucile a tracolla. I filmati che circolano sui social, infatti, ritraggono individui accecati dalla rabbia che, esibendo minacciosamente i fucili, aggrediscono i pastori palestinesi e incendiano i loro uliveti. Queste scene sono reali, ma rappresentano solamente una componente minoritaria, seppur particolarmente visibile, di un universo eterogeneo, composto da centinaia di migliaia di persone che, per ragioni diverse, hanno scelto di trasferirsi negli insediamenti illegali in Cisgiordania.
Oggi, in Cisgiordania, vivono circa 500.000 israeliani, distribuiti in centinaia di insediamenti riconosciuti dal governo, ma anche in fattorie e avamposti, sorti a partire dagli anni Novanta senza un’autorizzazione formale e quindi considerati illegali dalla legge israeliana. Molte famiglie si sono trasferite in Cisgiordania per motivazioni economiche, attratte dai costi più contenuti delle abitazioni, dagli incentivi economici offerti dallo Stato o dalla qualità dei servizi.
Per altre, invece, vivere in Cisgiordania è una scelta politica e ideologica. I coloni più radicalizzati sono convinti che la Cisgiordania – chiamata da loro stessi Giudea e Samaria – sia parte integrante della cosiddetta Eretz Israel, ossia la terra promessa da Dio agli Israeliti, e che abitarvi sia un dovere religioso e nazionale di ognuno. A incoraggiare i nuovi trasferimenti sono le organizzazioni legate al sionismo religioso, come il Consiglio Yesha, che promuovono l’idea, attraverso campagne pubbliche e reti associative, che il rafforzamento della presenza ebraica in Cisgiordania sia una necessità storica.

Come nasce un insediamento?
Bisogna precisare un aspetto fondamentale. Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, l’edificazione di qualsiasi insediamento è illegale. Una potenza occupante, infatti, non può trasferire una parte della propria popolazione nel territorio occupato. Nel 2016, inoltre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, attraverso la Risoluzione 2334, stabilì che gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, «non hanno alcuna validità giuridica» e costituiscono «una flagrante violazione del diritto internazionale». La distinzione tra “insediamento” e “avamposto”, quindi, assume valore solo di fronte alla legge israeliana.
Molti insediamenti nascono abusivamente. Un gruppo di attivisti sionisti, provvisto di roulotte, prefabbricati, tende, generatori e cisterne d’acqua, sceglie una collina che, per ragioni territoriali o religiose, viene considerata strategica. Poiché la costruzione dell’avamposto non è stata varata da un piano urbanistico, esisterebbero tutte le condizioni affinché l’esercito israeliano lo smantelli, ma nella maggior parte dei casi ciò non avviene. Attraverso l’installazione di pannelli solari e la costruzione di strade, sinagoghe e scuole, un avamposto si amplia progressivamente, fino a quando non viene regolarizzato dalle autorità israeliane.
Per i palestinesi nelle vicinanze, convivere con i coloni israeliani significa assistere alla demolizione delle proprie abitazioni e affrontare le loro rappresaglie. Negli ultimi anni, a causa della costruzione di nuovi avamposti e piccole fattorie, le sopraffazioni sono aumentate a vista d’occhio, a tal punto da diventare parte di una routine quotidiana. I coloni scacciano i pastori palestinesi dai loro pascoli, aggrediscono fisicamente gli abitanti delle comunità, irrompono nelle loro case nel cuore della notte, appiccano incendi, spaventano il loro bestiame, distruggono i loro raccolti e commettono furti, potendo contare sulla protezione dell’esercito.

La violenza dei coloni è una violenza di Stato
A prima vista, potrebbe sembrare che la sequela di attacchi dei coloni sia una sorta di effetto indesiderato della politica di occupazione israeliana che, a causa della sua natura violenta, sfugge al controllo delle autorità statali. Seguendo questa logica, lo Stato si approprierebbe dei terreni con metodi “legali”, avallati dai giudici, mentre i coloni, anch’essi interessati a perseguire i propri obiettivi, scatenerebbero le violenze contro i palestinesi autonomamente, in barba alla legge. Non è così, in realtà. I coloni sono gli strumenti informali dello Stato d’Israele per l’espropriazione dei territori della Cisgiordania. Anzi, lo Stato incoraggia e appoggia i loro atti di violenza, invitando i suoi agenti a parteciparvi attivamente.
I governi legittimano questa realtà in due modi complementari: regolarizzando gli avamposti e tollerando le aggressioni fisiche contro i palestinesi. Decine di fattorie israeliane ricevono dallo Stato i finanziamenti necessari per espandersi. A ciò contribuiscono anche l’Organizzazione Sionista Mondiale, i consigli regionali degli insediamenti e alcune associazioni private, che raccolgono fondi, acquistano terreni o assistono le famiglie colonizzatrici. Solamente due settimane fa, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato lo stanziamento di 1,3 miliardi di nuovi sicli israeliani, corrispondenti a circa 370 milioni di euro, per la costruzione di 34 insediamenti in Cisgiordania.

I soldati israeliani sarebbero obbligati ad arrestare i coloni violenti e a garantire la sicurezza negli insediamenti. Tuttavia, evitano lo scontro diretto con loro e preferiscono allontanare i palestinesi dalle loro proprietà, utilizzando gas lacrimogeni, granate stordenti, proiettili di gomma e persino munizioni vere. La combinazione dei due tipi di aggressione, ufficiale e non ufficiale, permette allo Stato di Israele di mantenere un profilo basso e allo stesso tempo di portare avanti la colonizzazione della Cisgiordania.
Come si potrebbe ostacolare la colonizzazione della Cisgiordania?
Se è vero che la colonizzazione della Cisgiordania ricava la sua linfa vitale dagli investimenti e dalle attività commerciali, allora intervenire sulle sue dinamiche economiche significa ostacolarne l’espansione. È per questo motivo che l’Irlanda ha approvato da poco una legge contro l’importazione di merci provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e in altri territori occupati. Tuttavia, come ha sottolineato Le Monde, l’impatto economico di tale misura sarà modesto, dato che il valore delle importazioni irlandesi provenienti dagli insediamenti, tra il 2020 e il 2024, non ha superato il milione di euro.
Senz’altro, la legge irlandese ha contribuito a spostare l’attenzione dell’opinione pubblica sull’espansione coloniale israeliana. Anche all’interno dell’Unione europea, infatti, sta maturando la consapevolezza che l’attuale sistema di etichettatura dei prodotti provenienti dagli insediamenti non è sufficiente. L’Alta rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Kaja Kallas, ha ricordato che, nonostante tutti gli Stati membri considerino gli insediamenti israeliani illegali, la cosiddetta politica di differenziazione ha prodotto risultati scarsi. Per questa ragione, la Commissione europea sta valutando di adottare misure più incisive.