Bologna è tutta uno sciopero. Dopo la grande manifestazione per Gaza del 22 settembre, che aveva visto la partecipazione di circa 50 mila persone, tra sindacati, collettivi studenteschi e lavoratori, l'”equipaggio di terra” della Global Sumud Flotilla è sceso nuovamente in piazza. Stavolta, però, i numeri sono ancor più impressionanti. Secondo le organizzazioni sindacali, il corteo del 3 ottobre ha radunato oltre 100 mila persone. La Questura di Bologna ne ha contate 60 mila. In tutta Italia, stando a quanto è stato riportato dal Resto del Carlino, si sono mobilitati quasi 2 milioni di manifestanti.
L’abbordaggio israeliano spegne i sogni della Flotilla
La miccia si era accesa già il 1° ottobre, in tarda serata, quando la missione umanitaria della Global Sumud Flotilla si è bruscamente interrotta a 70 miglia dalla costa palestinese. 41 imbarcazioni, intenzionate a rompere simbolicamente l’assedio israeliano nella Striscia di Gaza, sono state intercettate e abbordate dalle navi della Marina militare israeliana. Fermati 450 attivisti, tra cui 46 italiani. Le IDF hanno offerto loro due opzioni: accettare il decreto di espulsione oppure allungare di qualche giorno il tempo di permanenza in Israele, per spiegare le proprie ragioni al giudice di un tribunale speciale.

Ma l’intercettazione dei velieri pro-Palestina non ha soffocato lo slancio dell’iniziativa. Poche ore dopo la diffusione del comunicato, la protesta è sbarcata sulla terraferma. E a Bologna ha trovato il suo epicentro.
Il corteo del 2 ottobre
Il 2 ottobre, la città intera si è messa in moto. Nella zona universitaria, da via Zamboni fino a piazza San Giovanni in Monte, i collettivi studenteschi hanno transennato gli ingressi dei dipartimenti con copertoni e sedie. “Block the University”, recitava uno striscione appeso all’ingresso del rettorato, trasformato per l’occasione in un accampamento, con tende e picchetti. Alle 9:00 del mattino, il corteo era già partito. Migliaia di manifestanti hanno invaso i viali di circonvallazione del centro, sventolando bandiere palestinesi e cartelli contro il blocco della Flotilla e l’inazione del governo italiano.


All’arrivo alla stazione, il clima si è fatto teso. Alcuni manifestanti hanno tentato di raggiungere i binari, ma le forze dell’ordine hanno sbarrato ogni via d’accesso. Cinque studenti sono entrati in contatto gli agenti schierati davanti all’ingresso principale della stazione dei treni, in Piazza delle Medaglie d’Oro. Poi i manganelli. Dal blocco pro-Palestina volavano sputi, minacce, fumogeni, bottiglie di vetro, uova e qualche sasso. “Fateci passare”, gridavano gli studenti. “Non posso”, ripeteva un agente in borghese, mentre cercava di dettare ordini al cordone della polizia.

Nuovi tentativi di sfondamento verso sera
Alle 18:00, un nuovo corteo si è radunato in Piazza Maggiore. Lo aveva convocato l’Unione Sindacale di Base (USB). 10 mila persone, secondo le stime, sono tornate a marciare per le strade di Bologna, chiedendo a gran voce la fine del genocidio a Gaza e manifestando il loro sostegno ai compagni di viaggio di Greta Thunberg. “Blocchiamo tutto”, tuonavano i manifestanti. “Rompiamo ogni complicità con Israele”. Il corteo si è snodato tra via Ugo Bassi, via Marconi e via Amendola, in direzione della stazione, ancora presidiata da centinaia di agenti. L’obiettivo era chiaro: occupare i binari, per impedire il passaggio dei treni.



Appena i manifestanti si sono avvicinati, i lacrimogeni hanno cominciato a piovere senza sosta sulla folla, costringendola ad arretrare. Alcuni di questi, raccontano, sarebbero stati sparati ad altezza uomo. A quel punto, nel tentativo di aggirare il blocco, una parte del corteo si è staccata dal gruppo principale, puntando verso via de’ Carracci, dove si trova un altro ingresso alla stazione. Ma anche lì, ad attenderli, c’erano i carabinieri in tenuta antisommossa. Ne sono seguiti nuovi scontri, con lanci di candelotti lacrimogeni da una parte, di bottiglie, petardi e fuochi d’artificio dall’altra. 16 poliziotti e 10 carabinieri sono rimasti feriti.


Dopo essere stato respinto, il gruppo è tornato indietro, riunendosi con il resto del corteo, e ha tentato un nuovo assalto alla stazione attraverso i negozi adiacenti. I reparti delle forze dell’ordine, però, sono riusciti ancora una volta a contenere l’avanzata. Secondo la Questura, i manifestanti hanno danneggiato le porte di alcuni esercizi commerciali, tra cui una farmacia e un punto vendita del KFC. Piazza XX Settembre, nel frattempo, si era trasformata in un campo di battaglia: biciclette a noleggio scaraventate a terra, bidoni capovolti e incendiati, cartelli della segnaletica urbana sradicati. Un semaforo divelto testimoniava da solo la violenza delle proteste.

Lo sciopero del 3 ottobre
Il giorno seguente, Bologna si è svegliata sotto il segno dello sciopero generale, indetto dalla CGIL. Le scuole erano chiuse, gli autobus fermi, le attività commerciali serrate, le fabbriche dimezzate. Il rumore dei tamburi aveva preso il posto di quello del traffico cittadino. Il corteo, partito da Piazza Malpighi, ha attraversato il centro, fino a congiungersi alla manifestazione in Piazza Maggiore. “Non facciamo il weekend lungo. Lavoriamo tutta la settimana per mille euro al mese”, ha dichiarato Federico Serra, di USB, rispondendo alle critiche di Giorgia Meloni. “Abbassiamo le armi, alziamo i salari”.



Le adesioni allo sciopero sono state altissime. Alla Tper ha scioperato il 92% degli autisti. Alla Lamborghini e alla Tecnoform il 90%. Alla libreria Feltrinelli di Piazza Ravegnana hanno scioperato 20 lavoratori su 34. E l’elenco potrebbe andare avanti: Tecnorulli, Menarini, Plastod, Arena del Sole, le librerie Zanichelli e Coop, tutte con percentuali altissime di astensione. I cinema Modernissimo e Lumière hanno chiuso, così come il teatro Testoni. Gli operai hanno incrociato le braccia, i cantieri del tram si sono fermati. “È uno sciopero storico”, ha detto il segretario della CGIL di Bologna, Michele Bulgarelli. “Non si vedeva una Bologna così da quarant’anni”.
I primi scontri e l’occupazione della tangenziale
Successivamente, una parte del corteo ha puntato verso via Stalingrado, come era già accaduto il 22 settembre. Ad attenderli, questa volta, c’erano sei camionette e una cinquantina di agenti, schierati a guardia dell’ingresso della tangenziale. Il corteo si è fermato, poi ha cominciato a spingere. Una bottiglia scagliata contro gli scudi dei poliziotti è bastata a far degenerare la situazione. Le forze dell’ordine hanno risposto con una carica rapida e decisa. Ma dopo pochi minuti, sorprendentemente, due varchi si sono aperti tra i mezzi blindati.
Il corteo ha colto l’occasione, si è ricompattato e ha imboccato la rampa dell’uscita 7bis, contromano, fino a riversarsi su tutte e quattro le carreggiate della tangenziale. Dopo poco tempo, i manifestanti avevano invaso anche l’autostrada A14, paralizzando l’intero nodo autostradale di Bologna. Marciavano, cantavano, si tenevano per mano. Alcuni sventolavano bandiere palestinesi, altri impugnavano cartelli con messaggi di solidarietà. “Blocchiamo tutto, restiamo uniti. Questa è una marcia per la Palestina, per i bambini sotto le bombe, per chi non ha voce”, gridava un attivista alla testa del corteo.


Il corteo si divide
Dopo circa un’ora di blocco, dai megafoni del servizio d’ordine dell’USB è arrivato l’invito a liberare le carreggiate e defluire dallo svincolo 5: “Questo è un corteo che parte da Piazza Maggiore e vi fa ritorno. Godiamoci la vittoria. Stiamo uniti per la Palestina. Torniamo in centro e blocchiamo tutto”. Ma non tutti hanno voluto andarsene. Un gruppo di circa 200-300 manifestanti ha deciso di avanzare lentamente con le mani alzate verso il cordone degli agenti che, nel frattempo, si era posizionato oltre lo svincolo. I loro volti erano coperti da sciarpe, occhiali da nuoto, maschere antigas fatte in casa.


A quel punto, le forze dell’ordine hanno iniziato a lanciare i lacrimogeni contro i manifestanti, che resistevano e non arretravano. Dall’altra parte volavano bottiglie, minacce, insulti. “Basta lacrimogeni, ci sono bambini”, urlava qualcuno. Ma gli scontri a distanza continuavano. Poi la carica dei carabinieri e dei poliziotti è partita. La maggior parte dei manifestanti teneva le mani alzate, mentre le forze dell’ordine avanzavano con decisione, dividendo il corteo tra chi aveva deciso di defluire e chi voleva spingersi oltre il limite prestabilito.

Poi, all’improvviso, i manifestanti si sono seduti sull’asfalto, a viso scoperto, in un atto di disobbedienza passiva. Le braccia alzate, gli sguardi fissi negli occhi degli agenti. Il tempo sembrava sospeso.



E poi la questura
Intorno alle 18:00, dopo oltre cinque ore di blocco, i manifestanti rimasti hanno iniziato a liberare le carreggiate, incamminandosi verso via Zanardi. Destinazione: la questura di Bologna, dove erano trattenuti alcuni attivisti arrestati negli scontri del giorno precedente. “Stanno per essere rilasciati, andiamo a prenderli”, si sentiva dire dai megafoni.
Dopo tre giorni di proteste, la città sembrava rallentare. Ma la rabbia non è svanita. L’ondata di dissenso, partita dal mare, ha travolto tutto: università, piazze, strade, ferrovie, tangenziali. È stata una mobilitazione imponente, passionale, radicale. E, per molti, necessaria. “Non possono fermare l’equipaggio della nostra rabbia”, aveva detto Federico Serra. E infatti non si è fermato. Ha preso terreno. Ha marciato. E ha fatto tremare Bologna.