Il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato un piano per l’occupazione della città di Gaza, segnando una nuova, significativa espansione della campagna militare nella Striscia di Gaza. La decisione, che prevede l’espulsione forzata dei civili palestinesi dalla zona, ha immediatamente suscitato forti critiche, sia in Israele che all’estero, riaccendendo i timori per la sorte dei civili palestinesi e degli ostaggi israeliani ancora detenuti da Hamas.
I dettagli del piano
Secondo quanto è stato annunciato dall’ufficio del Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) “si stanno preparando a prendere il controllo della città di Gaza”. La dichiarazione, inoltre, delinea quelli che sono i cinque “principi” chiave per porre fine al conflitto:
- Il disarmo di Hamas
- Il ritorno di tutti gli ostaggi, vivi e morti
- La smilitarizzazione della Striscia di Gaza
- Il mantenimento del controllo di sicurezza israeliano nell’enclave
- La creazione di un’istituzione amministrativa alternativa, che non sia né Hamas né l’Autorità Nazionale Palestinese
Le IDF hanno affermato che l’operazione sarà accompagnata dalla distribuzione di aiuti umanitari alla “popolazione civile al di fuori delle zone di combattimento”. Tuttavia, non è chiaro se tali aiuti saranno gestiti dalla controversa Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta da Israele e Stati Uniti, o se verranno erogati da nuovi canali.
Una mossa controversa
In un’intervista rilasciata a Fox News, Netanyahu ha precisato che Israele non intende mantenere un’occupazione permanente della Striscia di Gaza, ma mira a creare un “perimetro di sicurezza” e a trasferire il controllo a forze arabe locali. L’obiettivo dichiarato è “liberare Gaza da Hamas” e favorire l’instaurazione di un governo stabile e pacifico.
Un funzionario a conoscenza del piano, che ha parlato ai microfoni dei giornalisti di Associated Press a condizione di rimanere nell’anonimato, ha affermato che l’operazione sarà “graduale” e che non è stata ancora fissata una data ufficiale per l’inizio dell’avanzata.
Secondo il corrispondente della BBC per il Medio Oriente, Hugo Bachega, la presa di Gaza City potrebbe costituire la prima fase di una più ampia manovra militare volta a garantire il controllo completo dell’enclave. Amir Avivi, un generale israeliano in pensione, ha definito la città di Gaza “il centro del potere di Hamas” e ha sostenuto che la sua conquista rappresenterebbe una svolta decisiva. Attualmente, l’esercito israeliano controlla circa il 75% del territorio. Con la caduta della città, Israele raggiungerebbe il controllo dell’85% della Striscia di Gaza.

Alcuni analisti hanno ipotizzato che l’annuncio dell’operazione potrebbe servire come leva negoziale per esercitare pressione su Hamas e convincere i miliziani palestinesi a concedere terreno a Israele nei colloqui per il cessate il fuoco, che sono ancora bloccati. Lo stesso Capo di Stato Maggiore israeliano, il generale Eyal Zamir, avrebbe espresso riserve sull’operazione, poiché teme che l’aumento delle ostilità possa compromettere la sicurezza dei 20 ostaggi ancora vivi e mettere a dura prova le forze israeliane, già provate da quasi due anni di guerra.
Cresce la pressione internazionale
La reazione della comunità internazionale non si è fatta attendere. La Germania ha annunciato la sospensione delle esportazioni di armi potenzialmente impiegabili a Gaza. Una decisione che è stata definita “deludente” da Netanyahu, il quale ha espresso il suo disappunto direttamente al cancelliere tedesco, Friedrich Merz.
Anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, insieme ai governi di Gran Bretagna, Francia e Canada, hanno sollecitato Israele a riconsiderare la sua decisione di intensificare l’escalation militare, esprimendo preoccupazione per il crescente deterioramento della situazione umanitaria. La possibilità che questi Paesi riconoscano formalmente uno Stato palestinese nel corso della prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite appare sempre più concreta.

L’Arabia Saudita, dal canto suo, ha ribadito che non potrà normalizzare i rapporti con Israele senza che si registrino progressi tangibili verso la creazione di uno Stato palestinese. Inoltre, ha condannato qualsiasi tentativo di occupazione della Striscia.
La posizione di Trump
L’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha criticato l’approccio dei Paesi occidentali, accusandoli di esercitare “tutta la pressione su Israele” invece che su Hamas, l’autore dell’attacco del 7 ottobre. Secondo Huckabee, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è “infastidito” dall’atteggiamento di Hamas e insiste sul fatto che i miliziani palestinesi debbano essere disarmati e che non possano in alcun modo restare al potere. A detta di Trump, Hamas ha rifiutato qualsiasi proposta diplomatica ragionevole.
Ostaggi in pericolo
Uno dei nodi più delicati della crisi resta il destino dei circa 50 ostaggi israeliani ancora detenuti a Gaza, di cui solo 20 sarebbero in vita, secondo le autorità israeliane. Le famiglie degli ostaggi, riunite nel Forum delle Famiglie degli Ostaggi, hanno duramente condannato l’approvazione del piano di occupazione di Gaza City, definendola una vera e propria “condanna a morte” per i propri cari. “È la decisione più sbagliata da prendere in questo momento”, ha affermato Danny Bukovsky, portavoce del gruppo. “Abbandonare gli ostaggi in nome di un obiettivo militare è irresponsabile”.

Nel frattempo, i mediatori dell’Egitto e del Qatar stanno lavorando a una proposta di accordo che preveda il rilascio di tutti gli ostaggi in cambio della fine della guerra e del ritiro delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza.
Opposizione interna e malcontento popolare
Anche in Israele crescono i dissensi. Il leader dell’opposizione, Yair Lapid, ha duramente criticato Netanyahu, accusandolo di ignorare il parere dei vertici militari e di cedere alle pressioni degli estremisti della coalizione di governo, cioè Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. “La coalizione sta trascinando il Paese in una guerra prolungata che mette a rischio la vita di ostaggi e soldati”, ha dichiarato Lapid. Secondo gli ultimi sondaggi d’opinione, la maggioranza degli israeliani sarebbe favorevole a una soluzione diplomatica immediata, anche a costo di negoziare direttamente con Hamas.

Emergenza umanitaria a Gaza
Intanto, la situazione umanitaria a Gaza continua a peggiorare. Si stima che nella città di Gaza si trovino circa 900.000 persone, molte delle quali già sfollate da altre zone a causa delle operazioni militari. “Dove dovremmo andare? Ci buttiamo in mare?”, si è chiesta Maghzouza Saada, una donna palestinese rifugiata nel nord della città.
La prospettiva di un’occupazione militare totale riapre il dibattito su quanto Israele sia disposto a spingersi oltre la linea tracciata dall’accordo del 2005, che obbligò Israele a ritirare le sue truppe e ad evacuare i coloni da Gaza, pur concedendogli di mantenere il controllo dei confini, dello spazio aereo e dei servizi essenziali.