Velázquez: la pittura come indagine della realtà

La pennellata come pensiero: tecnica e visione nel realismo di Siviglia

Diego Rodríguez de Silva y Velázquez nasce a Siviglia nel 1599 e si forma nella bottega di Francisco Pacheco, un pittore colto e teorico che gli trasmette la padronanza tecnica e lo stimola alla frequentazione dei testi antichi. Ma il giovane Velázquez supera rapidamente il maestro: già nelle opere giovanili i cosiddetti bodegones, scene di taverna o di cucina con natura morta in primo piano si manifesta una qualità pittorica che non ha precedenti nella tradizione spagnola.

La pennellata del primo Velázquez è densa, pastosa, costruttiva: i ceci nel Vecchio che cucina le uova, il boccale di terracotta nell’Acquaiolo di Siviglia hanno una fisicità quasi tattile che richiama la tradizione fiamminga e la lezione caravaggesca che circolava in tutta Europa.

Ma c’è qualcosa di più: una disinteressata fedeltà al dato visibile che non si riduce a trompe-l’oeil né a virtuosismo descrittivo, ma si configura come attitudine conoscitiva.

Velázquez guarda le cose come se le vedesse per la prima volta, senza i filtri dell’idealizzazione accademica, e rende questa visione diretta l’oggetto stesso della pittura.

Quando nel 1623 giunge a Madrid come pittore di corte di Filippo IV, questa attitudine si confronta con i grandissimi modelli Tiziano, Rubens e si trasforma senza perdere la propria identità fondamentale.

La corte, il potere e lo sguardo: ritratto e Las Meninas

Il periodo maturo di Velázquez è dominato dall’esperienza della corte madrilena, dove dipinge con una produttività sostenuta ritratti della famiglia reale, scene mitologiche, paesaggi delle cacce reali.

I ritratti equestri di Filippo IV, del Conte-Duca di Olivares, del principe Baldassarre Carlos sono tra i più alti della storia del genere: la capacità di restituire la dignità e insieme la vulnerabilità fisica dei soggetti, la libertà del tocco pittorico che nei cavalli diventa quasi impressionista, il dialogo tra figura e paesaggio tutto questo configura un’idea del ritratto come indagine dell’identità piuttosto che come celebrazione del potere. I

l culmine di questa riflessione è Las Meninas (1656), il dipinto più discusso della storia dell’arte spagnola e forse dell’arte occidentale tout court, la scena rappresenta l’Infanta Margherita circondata dalle dame di compagnia, un nano, una cagna, e Velázquez stesso che dipinge su una grande tela.

In fondo alla stanza, in uno specchio, i riflessi del re e della regina: i soggetti del dipinto che Velázquez sta realizzando, l’opera interroga i fondamenti stessi della rappresentazione — chi guarda chi? chi dipinge chi? dove è il confine tra il mondo dell’arte e il mondo reale?, con una sofisticazione concettuale che Michel Foucault ha analizzato nelle pagine d’apertura de Le parole e le cose come paradigma della rappresentazione classica al suo punto di massima autoriflessività.

SPAIN – CIRCA 1656: Las Meninas (the maids of honour). Velazquez (in a self-portrait), paints the Spanish royal couple, Philip IV and his wife Mariana (visible in the mirror in back). Their only child, Margarita, is surrounded by maids of honour and court dwarfs. 1656. Canvas, 318 x 276. Inv.1174. (Photo by Imagno/Getty Images) [Las Meninas – Die Brautjungfern. Gemaelde. 1656]

La libertà del segno: tecnica tarda e influenza sul moderno

Il cosiddetto «stile tardo» di Velázquez le grandi tele degli anni Cinquanta del Seicento, tra cui Las Meninas, Le filatrici, i ritratti dell’ultima stagione è caratterizzato da una progressiva liberazione del segno pittorico che ha stupito e ispirato generazioni di artisti.

Da vicino, i dipinti si disfano in una successione di pennellate apparentemente slegate, tocchi di colore puro che indicano più che descrivono: una manica di seta diventa tre striscie di bianco su grigio, un incarnato si costruisce con quattro o cinque campiture sovrapposte senza contorno.

A distanza, tutto si ricompone in una coerenza straordinaria quella che nella critica si definisce il «non finito» velazqueziano, una tecnica che opera sulla percezione dello spettatore più che sulla completezza formale del dipinto. Édouard Manet, che vede le opere di Velázquez al Prado nel 1865, è folgorato: «Il pittore dei pittori», scrive in una lettera entusiasta.

Il debito della pittura moderna dall’Impressionismo fino all’Espressionismo astratto nei confronti di questo sguardo che libera la pennellata dalla mimesi è incalcolabile. Francis Bacon, che ha dedicato decenni allo studio del ritratto di Innocenzo X, ha detto che Velázquez è il pittore che più lo ha ossessionato.

Questa ossessione non è nostalgia: è il riconoscimento che la libertà del segno conquistata nel Seicento resta ancora un orizzonte aperto.


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