Struttura drammatica ed economia narrativa
Sorprende, a ogni nuova lettura, che un testo di queste dimensioni, poco più di cento pagine, scritto secondo Steinbeck stesso pensando già a una trasposizione teatrale, riesca a produrre un effetto tragico paragonabile a quello di opere assai più ampie.
Il problema critico che Uomini e topi pone non riguarda la trama, lineare e quasi prevedibile nel suo epilogo, ma il modo in cui l’economia narrativa diventa essa stessa strumento di necessità tragica: meno Steinbeck dice, più la catastrofe finale appare ineluttabile.
Il romanzo è costruito come una successione di sei scene, ciascuna delimitata da un’unità di luogo e di tempo quasi teatrale, la radura sul fiume, il dormitorio del ranch, la stanza di Crooks, la radura ancora, in un movimento circolare che racchiude la vicenda come in una cornice scenica.
Questa scelta strutturale, debitrice della sua collaborazione con il teatro newyorkese, non è semplice convenienza produttiva: la concentrazione spaziale e temporale intensifica la sensazione di una trappola da cui i personaggi non possono uscire, mentre la prosa, spoglia di ornamenti, asciutta fino all’osso, lavora secondo i principi di un naturalismo che deve molto alla lettura che Steinbeck fa di Darwin e degli studi di biologia marina condotti con l’amico Ed Ricketts: gli uomini, nella Salinas Valley della Grande Depressione, si muovono secondo leggi non troppo diverse da quelle che governano il comportamento animale, sospesi tra istinto di sopravvivenza e bisogno di legame.
George e Lennie: il sogno della terra come microcosmo americano
La coppia protagonista funziona come una macchina narrativa a doppio registro: Lennie, la cui forza fisica sproporzionata convive con una mente infantile incapace di calcolare le conseguenze dei propri gesti, e George, custode riluttante e insieme affettuoso di un’esistenza che non gli appartiene del tutto.
Il loro sogno, pochi acri di terra, un orto, dei conigli da accudire, condensa in scala minima l’intera retorica del sogno americano, riducendola alla sua essenza più disarmata: non ricchezza, non ascesa sociale, ma semplicemente un luogo proprio, una stabilità sottratta al vagabondaggio forzato dei lavoratori migranti.
È proprio questa modestia dell’aspirazione a renderne insostenibile il fallimento: Steinbeck non condanna i suoi personaggi a una tragedia perché desiderano troppo, ma perché anche il minimo è, in quel mondo, irraggiungibile.
Solitudine ed esclusione: la rete sociale del ranch
Attorno alla coppia centrale, Steinbeck dispone un sistema di personaggi che funzionano come varianti della medesima condizione di marginalità: Candy, mutilato e ormai prossimo all’inutilità produttiva agli occhi del ranch; Crooks, l’unico uomo di colore, segregato in un alloggio separato e ammesso al sogno della terra solo per un istante, prima che la paura lo riconduca alla propria rassegnazione; la moglie di Curley, mai nominata, ridotta a un ruolo di pura minaccia sociale benché sia essa stessa prigioniera di una solitudine non meno acuta.
La loneliness, parola che ricorre con insistenza quasi tematica nel testo, non è condizione psicologica individuale ma sintomo di un ordine sociale che esclude per età, per razza, per genere, per disabilità, lasciando aperta, e la chiusura del romanzo lo conferma con la sua ambiguità morale irrisolta tra pietà e violenza, la domanda se un atto di compassione estrema possa davvero distinguersi da un atto di resa.
