Le forze paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF) hanno annunciato di aver conquistato il quartier generale della sesta Divisione dell’esercito regolare sudanese (SAF), situato nel centro di el-Fasher, capitale del Darfur Settentrionale e ultima roccaforte delle forze armate regolari nella regione. La caduta della base, confermata da fonti militari e da analisi satellitari, rappresenta un punto di svolta nel conflitto che da oltre un anno devasta il Sudan.
La conquista della base
Secondo funzionari militari sudanesi, le truppe governative si sarebbero ritirate, il 26 ottobre, verso una nuova linea di difesa, mentre intensi bombardamenti e raid di artiglieria delle RSF imperversavano nella città. I Comitati di Resistenza di el-Fasher, un gruppo locale che monitora il conflitto, hanno segnalato scontri violenti attorno all’aeroporto militare e sul lato occidentale della città, denunciando una “mancanza di supporto aereo” da parte dell’esercito alle truppe impegnate in prima linea.
Alcune immagini satellitari, analizzate da Associated Press, mostrano il complesso della sesta Divisione con numerosi edifici danneggiati, alcuni gravemente. Anche lo Humanitarian Research Lab (HRL), dell’Università di Yale, ha confermato “prove significative di combattimenti ravvicinati” nell’area e la presenza di prigionieri catturati nei pressi dell’aeroporto, principale base operativa dell’esercito.
Le stragi di civili
L’offensiva delle RSF ha avuto conseguenze devastanti sulla popolazione civile. Il Sudan Doctor Network, un’organizzazione medica che monitora la guerra, ha descritto l’attacco come un “massacro efferato”, denunciando che i paramilitari hanno ucciso decine di civili, saccheggiato ospedali e distrutto ciò che restava delle infrastrutture sanitarie e vitali della città.
Il Darfur Network for Human Rights ha riferito che, dopo la conquista della base, le RSF hanno detenuto oltre 1.000 civili, in un’operazione descritta come “un sistematico attacco contro la popolazione”, con detenzioni arbitrarie e possibili crimini di guerra. Tra i detenuti figura anche un giornalista locale, uno dei pochi rimasti in città, secondo il Sindacato dei Giornalisti Sudanesi, che ha avvertito del rischio di “violazioni di massa” simili a quelle commesse nel 2023 in un’altra città del Darfur.

La crisi umanitaria
Il coordinatore delle emergenze umanitarie delle Nazioni Unite, Tom Fletcher, ha espresso “profondo allarme” per le notizie di vittime civili e sfollamenti forzati a el-Fasher, sottolineando che “centinaia di migliaia di civili sono intrappolati e terrorizzati, bombardati, affamati e senza accesso a cibo, assistenza sanitaria o sicurezza”.
Prima dell’offensiva, nella città vivevano circa 260.000 civili, metà dei quali bambini, in condizioni disperate, secondo l’UNICEF. Le ultime violenze hanno costretto tra 2.500 e 3.000 persone ad abbandonare le proprie case, spostandosi in altre aree della città o verso regioni più sicure del Darfur Settentrionale, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).
Le Nazioni Unite hanno ribadito la necessità di “un accesso umanitario sicuro, rapido e senza ostacoli”, per assistere la popolazione intrappolata nella città assediata.

Cause ed effetti della guerra in Sudan
El-Fasher rappresenta l’ultimo bastione dell’esercito nel Darfur, teatro di scontri feroci tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF), nate dalle milizie arabe Janjaweed, protagoniste del conflitto in Darfur negli anni 2000.
La guerra è esplosa il 15 aprile 2023, quando le tensioni tra l’esercito e le RSF si sono trasformate in combattimenti aperti a Khartoum e in gran parte del Paese. Da allora, il conflitto ha provocato oltre 40.000 morti, costretto più di 14 milioni di persone a fuggire dalle proprie case e causato una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, aggravata da carestie e violenze etniche.
Le Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno documentato atrocità di massa, tra cui uccisioni, stupri e deportazioni. La Corte Penale Internazionale (CPI) ha avviato indagini su presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, mentre il governo degli Stati Uniti, il 7 gennaio 2024, ha formalmente dichiarato che le RSF si sono rese responsabili di genocidio.