Shirin Neshat: l’arte come testimonianza

La nascita del linguaggio di protesta di Neshat

Che cosa accadrebbe se un’artista visceralmente legata alla sua madre patria non potesse farvi più ritorno? Questo è il caso di Shirin Neshat, artista e regista iraniana naturalizzata statunitense, nata nel 1957.

Nel corso degli anni trascorsi negli Stati Uniti, i ritorni in patria sono stati molteplici, fino al 1995, quando venne coinvolta in un’esperienza spiacevole all’aeroporto di Teheran che la spinse a non ritornare mai più in Iran. 

Una separazione definitiva segnata anche dal rifiuto della cittadinanza statunitense da parte del regime iraniano, il quale dal 1979 ha trasformato la cultura persiana in una società islamica soggiogata da una politica autoritaria.

A seguito dell’evento sgradevole, il sentimento di Neshat, nei confronti della sua madre patria è stato tramutato in vero e proprio atto di protesta messo in luce grazie al mezzo artistico.

La sua produzione è caratterizzata da elementi ricorrenti all’interno del suo repertorio: il desiderio di poter mettere in luce il divario politico e sociale imposto dal regime iraniano tra l’uomo e la donna e l’utilizzo di un forte contrasto tra bianco e nero (sinonimo per l’autrice di a-temporalità).

Land of Dreams: una serie multidisciplinare

Con la sua arte, Shirin Neshat ci parla della sua storia e in particolare, nella serie inedita del 2019 Land of Dreams ci comunica del fil rouge che lei stessa identifica tra gli Stati Uniti e l’Iran all’interno del territorio del New Mexico, estremamente simile ai deserti iraniani. 

Land of Dreams è un progetto multidisciplinare contenente una serie di fotografie e una video installazione a due canali, successivamente espansa nel 2021 in un lungometraggio omonimo.

La fotografia del progetto racchiude 111 ritratti di abitanti del New Mexico, risaltati da annotazioni in calligrafia Farsi che riportano i loro nomi, luoghi e date di nascita, accompagnati da elementi estrapolati da “Le meraviglie del creato e le stranezze degli esseri”, opera medievale che narra della creazione divina che nasce dall’unione tra Dio e l’universo.

Il tutto manipolato su stampa fotografica con inchiostro nero, a simboleggiare i volti “dell’Iran americano” e la cultura farsi impresso sui loro ritratti. 

Paulita Cowboy, 2019, digital C-Print with ink and acrylic paint, 120 x 80 cm (from the series Land of Dreams). Courtesy the artist; Gladstone Gallery, New York & Brussels; Goodman Gallery, London, fonte ArtReview, https://artreview.com/shirin-neshat-builds-a-land-of-dreams/

L’implementazione dell’audiovisivo

La medesima matrice fotografica anticipata dalla video installazione e poi amplificata nel film, narra di Simin, una donna Iraniana emigrata negli Stati Uniti.

La protagonista, lavorando per l’ufficio del censimento americano, viene tratta in inganno e portata ad occuparsi di un programma di raccoglimento e catalogazione dei sogni dei cittadini americani.

Come strategia di adattamento al compito assegnatole, lo trasformerà in un personale mondo interiore di fantasia, reinterpretando i sogni in lingua farsi e pubblicandoli sui social network.

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