Ribera a Napoli: tenebre, corpo e verità pittorica

L’arrivo a Napoli e l’eredità caravaggesca: un incontro decisivo

Jusepe de Ribera nasce a Xàtiva, in Spagna, nel 1591, ma è a Napoli allora colonia spagnola e una delle città più grandi d’Europa che trascorre la parte più significativa della sua carriera, dal 1616 fino alla morte nel 1652. Quando Ribera arriva nella città partenopea, il caravaggismo è già una forza dominante nel panorama pittorico locale: Caravaggio ha soggiornato a Napoli due volte, nel 1606-1607 e nel 1609-1610, lasciando opere di straordinaria potenza che hanno sconvolto la tradizione locale.

Ribera si forma su questa eredità con una profondità che nessun altro pittore del periodo riesce a eguagliare non si limita a imitare la tecnica del chiaroscuro caravaggesco: ne elabora i principi in una visione pittorica autonoma e riconoscibilissima.

L’elemento che distingue immediatamente Ribera dai seguaci più superficiali del maestro lombardo è la qualità epidermico-corporea della sua pittura: la pelle dei suoi soggetti ha una presenza fisica quasi intollerabile, rughe, vene, pori, chiazze senili vengono restituiti con un realismo che supera la rappresentazione per toccare qualcosa di più perturbante la materialità della carne in tutta la sua fragilità e la sua resistenza.

Il martirio e il dolore: teologia, politica e poetica del corpo sofferente

Una parte consistente della produzione di Ribera è dedicata a soggetti martiriologici: il Martirio di San Bartolomeo, il San Sebastiano, il San Lorenzo sulla graticola, l’Apollo che scortica Marsia. In questi dipinti il tema del dolore fisico non è trattato con la distanza agiografica della tradizione il martire che sorride estatico mentre viene torturato ma con un’immersione realistica che costringe lo spettatore a fare i conti con la realtà concreta della sofferenza corporea.

Questa scelta non è gratuita: si inserisce nella cultura della Controriforma, in cui il corpo sofferente del martire è strumento di persuasione emotiva, prova visibile della verità della fede capace di toccare anche i fedeli più semplici.

Ma in Ribera questa funzione pedagogica si arricchisce di una dimensione che la trascende: la pittura del dolore diventa indagine della condizione umana, riflessione sul rapporto tra lo spirito e la materia, tra la dignità della persona e la vulnerabilità del corpo.

Il Silenius ubriaco 1626, Napoli, Museo di Capodimonte, un’opera mitologica apparentemente lontana dalla tradizione sacra mostra la stessa attenzione al corpo anziano, grasso, gocciolante di vino, trattato senza ironia e senza disgusto: una presenza fisica che afferma il proprio diritto alla dignità pittorica indipendentemente dalla bellezza convenzionale.

Saint Simon, Jusepe de Ribera, 1612-1613, XVII century, oil on canvas, 126 x 96 cm. Italy, Campania, Naples, Museo e Real Bosco di Capodimonte. Whole artwork view. Portrait of the elderly apostle Simon with clasped hands on a staff (Photo by Courtesy of MiC/Electa/Mondadori Portfolio via Getty Images)

Napoli come laboratorio: influenza, scuola e lascito nel Barocco europeo

Napoli nel Seicento è una delle capitali culturali d’Europa, e Ribera ne è per decenni il pittore di riferimento, il maestro attorno al quale si forma una scuola e rispetto al quale ogni artista locale deve definire la propria posizione.

L’influenza di Ribera sulla pittura napoletana del Seicento è capillare e duratura: Luca Giordano, Mattia Preti, Francesco Solimena i grandi protagonisti del Barocco napoletano escono tutti, in misura diversa, dalla sua ombra e dal confronto con la sua lezione.

Ma la portata del lascito riberesco supera i confini napoletani: le sue opere, diffuse attraverso le incisioni che lui stesso curava e attraverso la rete dei collezionisti spagnoli e italiani, influenzano la pittura fiamminga, quella francese Vouet, La Tour e quella iberica, dove la tradizione naturalistica del Seicento deve moltissimo alla sua mediazione.

La riscoperta critica di Ribera, avvenuta soprattutto nel Novecento con le grandi mostre monografiche che ne hanno ricostruito il catalogo, ha restituito a questo pittore la posizione che gli spetta: non un seguace di Caravaggio, ma un maestro autonomo che ha trasformato il naturalismo seicentesco in una poetica inconfondibile, fondata sulla verità del corpo e sulla dignità estetica di tutto ciò che la pittura accademica escludeva dal proprio orizzonte.

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