Martedì 30 settembre, nell’Auditorium Enzo Biagi della Biblioteca Salaborsa di Bologna, si è tenuta la presentazione del volume Giornali prigionieri, edito da Donzelli Editore e pubblicato nel 2024. L’opera, realizzata dallo storico Giuseppe Ferraro, getta una nuova luce su un aspetto ancora poco esplorato della Prima guerra mondiale, ovvero l’attività giornalistica dei soldati italiani nei campi di prigionia tedeschi e austro-ungarici, tra il 1915 e il 1918.

Giuseppe Ferraro, dottore di ricerca presso l’Università di San Marino, è attualmente direttore del Comitato provinciale di Cosenza dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano (ISRI). È inoltre dirigente dell’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea e deputato di storia patria per la Calabria. Collabora con l’Università del Salento. Tra le sue pubblicazioni, Il prefetto e i briganti (Le Monnier, 2016), che ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti.
Ad arricchire l’incontro, due professoresse dell’Università di Bologna: Agnese Portincasa, dottoressa in Storia dell’Europa, storica specializzata in Storia e cultura dell’alimentazione in età contemporanea e, dal 2023, direttrice dell’Istituto Storico Parri, ed Elena Musiani, dottoressa in Storia e informatica, ricercatrice associata presso l’Institut des Sciences Sociales du Politique (Université Paris Nanterre) e, dal 2019, responsabile scientifica dell’Archivio di Storia delle Donne a Bologna.
Il dialogo, moderato da Yossaf Bachkar, studente dell’Università di Bologna e membro dell’Osservatorio Giovani Universitari dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano di Cosenza, si è svolto in collaborazione con Donzelli Editore e Libreria Coop Ambasciatori. È stata un’occasione preziosa per riflettere sul ruolo dei giornali di prigionia, intesi come strumenti utili per mitigare la durezza delle condizioni di vita e per spezzare la monotonia di una quotidianità fatta di appelli, pasti in comune e rare uscite nei villaggi limitrofi.

A conclusione dell’incontro, il professor Ferraro ha risposto alle domande del pubblico e ha gentilmente concesso un’intervista a Oltremare Magazine.
Professor Ferraro, nel suo libro, intitolato Giornali prigionieri, lei ci porta all’interno di un aspetto poco conosciuto della Grande Guerra: l’attività giornalistica nei campi di prigionia austro-ungarici e tedeschi. Ci racconta, in poche parole, di cosa si occupa il libro?
Il libro si concentra sulla Prima guerra mondiale, il primo grande conflitto globale della storia, svoltosi tra il 1914 e il 1918. Si sofferma su un aspetto spesso trascurato dalla storiografia, quello della prigionia, e lo fa attraverso una fonte particolare e poco studiata, ovvero i giornali redatti dai soldati italiani internati nei campi di prigionia tedeschi e austro-ungarici, tra il 1915 e il 1918.
Come è nata l’idea di questo progetto? E in che modo ha reperito i materiali originali?
L’idea è nata quasi per caso, mentre stavo svolgendo delle ricerche su un altro argomento in un archivio privato. Ad un certo punto mi sono imbattuto in alcune fonti giornalistiche, tra cui il Gazzettino di Wonbaraccopoli. È stato un ritrovamento inatteso, che ha acceso la curiosità e ha aperto una nuova direzione di lavoro. Da lì, come accade spesso nel mestiere dello storico, ho cercato di ampliare il più possibile la ricerca, andando alla scoperta di altre fonti simili e cercando di intrecciarle anche con elementi della dimensione privata e pubblica dell’epoca. Perché, in fondo, libri come questo ci ricordano che la storia è fatta di storie. E il suo impatto più profondo lo si coglie spesso proprio nelle vite ordinarie delle persone.
I protagonisti di questo volume sono soprattutto gli ufficiali, perché erano coloro che, nella maggior parte dei casi, sapevano leggere e scrivere. Ma non sono certo i protagonisti principali della guerra. Non parliamo di Cadorna, né di Vittorio Emanuele III, né di Salandra. Piuttosto, parliamo di quel mondo “comune” che costituisce l’ossatura di una comunità civile e nazionale. Ed è lì che, a mio avviso, si coglie davvero il senso profondo della storia.
Una delle riflessioni che mi hanno colpito di più, leggendo il suo libro, riguarda la percezione della diserzione e della prigionia. Essere catturati era spesso vissuto come un’onta, non solo per i soldati, ma anche per le loro famiglie. Alcuni arrivarono persino al suicidio, incapaci di sostenere il peso del disonore. In questo contesto, lei scrive che “la prigionia diventa un momento della guerra, non la sua fine, bensì una sua, seppur diversa, continuazione”. Possiamo allora considerare i giornali di prigionia non solo come strumenti di propaganda, ma anche come forme di espiazione collettiva? Dei tentativi di riscattare il proprio ruolo nella guerra?
Sì, possiamo leggerli anche così. I giornali di prigionia rappresentavano una valvola di sfogo, perché permettevano ai soldati di esprimere emozioni e pensieri che nella trincea erano inconfessabili. Dire che la guerra è brutta, che si muore, che il desiderio di pace supera la volontà di combattere: tutto questo trovava spazio in quei fogli.
Ma i giornali servivano anche a dimostrare che i prigionieri non erano in villeggiatura, come qualcuno insinuava. Erano ancora immersi nella guerra, anche se in una forma diversa, più spirituale che fisica. E questa guerra interiore non era meno dura di quella vissuta nelle trincee. I prigionieri soffrivano la fame, il freddo, la mancanza di cure, ma soprattutto il peso dello stigma: essere prigioniero, durante la Prima guerra mondiale, significava essere tacciati di codardia e vigliaccheria. Solo in tempi recenti, negli ultimi vent’anni, si è avviato un processo di riabilitazione morale di questi soldati, a lungo considerati traditori o disertori.

Nel suo libro emerge con forza come, nonostante le durissime condizioni materiali, nei campi di prigionia austro-ungarici e tedeschi della Prima guerra mondiale vi fosse ancora un certo riconoscimento dell’umanità dei prigionieri: erano previsti momenti di svago, possibilità di uscita nei villaggi limitrofi e addirittura ruoli all’interno dell’organizzazione del campo. Col tempo, però, questa dimensione si è progressivamente erosa, fino ad arrivare, nel Novecento, alla disumanizzazione radicale dei campi di sterminio nazisti. A suo avviso, quando e perché si è verificata questa trasformazione nella percezione e nel trattamento del prigioniero?
Il trattamento riservato ai prigionieri dipendeva da diversi fattori: il momento storico, la situazione economica e sociale del Paese detentore, l’andamento del conflitto. In alcuni periodi i prigionieri venivano trattati con più umanità, in altri le condizioni peggioravano drasticamente. Durante la Prima guerra mondiale – un conflitto straordinario vissuto da persone ordinarie, che per la prima volta sono diventate protagoniste della storia – nei campi si posero le basi di ciò che sarebbe accaduto dopo. L’utilizzo dei gas, ad esempio, sarebbe stato portato all’estremo durante la Seconda guerra mondiale.
Ma anche la nozione stessa di “campo di concentramento”, che si sarebbe trasformata nella metà del Novecento in una categoria globale e disumanizzante, iniziava a prendere forma già in quegli anni. Si passò progressivamente dalla prigionia alla distruzione sistematica del nemico, inteso non solo come avversario politico o militare, ma anche, e tragicamente, come “altro” dal punto di vista razziale.
In conclusione, perché, secondo lei, questo libro è più che mai attuale? Cosa ci raccontano i giornali di prigionia sulla capacità umana di resistere, di ricordare e di trovare un senso anche nella reclusione? Qual è, oggi, il loro insegnamento?
Come storico, posso dire che la guerra è tornata ad essere una presenza costante nel nostro discorso pubblico, nei nostri vissuti, nelle nostre vite. Ce ne accorgiamo soprattutto quando bussa alle porte dell’Europa e dell’Occidente. Il conflitto tra Russia e Ucraina e quello tra Israele e Palestina, in questo senso, ci coinvolgono da vicino. E se guardiamo con attenzione, ci rendiamo conto che le guerre contemporanee, anche se combattute con i droni e l’intelligenza artificiale, conservano molte somiglianze con quella del 1914-1918. Si continua a morire, si continua ad essere catturati, le famiglie continuano a perdere i propri cari, e la propaganda da entrambe le parti continua a pretendere di avere ragione.
Da un punto di vista umano, questi giornali ci parlano della capacità dell’umanità di resistere, di sopravvivere anche nelle condizioni più dure. Come il grano sotto la neve, che resta nascosto ma pronto a germogliare. Nonostante le atrocità del Novecento, tra le quali i due conflitti mondiali, i campi di prigionia e i campi di sterminio nazisti, la civiltà ha trovato la forza di andare avanti. E questi giornali sono lì a ricordarcelo.
