L’annuncio, arrivato nella notte grazie alla mediazione chiave di Pakistan e Qatar, ha il sapore della svolta storica nel conflitto USA Iran.Le controparti hanno raggiunto un accordo di pace preliminare (un Memorandum of Understanding) per porre fine a quattro mesi di conflitto aperto su tutti i fronti, Libano compreso. Il presidente statunitense Donald Trump, attraverso un messaggio sul suo canale Truth Social, ha esultato dichiarando di aver «completamente autorizzato la fine del blocco navale americano» e la riapertura dello Stretto di Hormuz, fissata ufficialmente per questo venerdì 19 giugno in Svizzera, dopo i colloqui preparatori a Doha.
La reazione dei mercati energetici è stata immediata: il prezzo del greggio è crollato di quasi il 5% in poche ore, con il Brent sceso a 83,50 dollari al barile. Tuttavia, dietro l’ottimismo delle Borse, l’analisi geopolitica rivela che la partita per il controllo del chokepoint più importante del pianeta è tutt’altro che chiusa. Esistono tre enormi nodi che rischiano di trasformare la riapertura di venerdì in un miraggio o, peggio, in una trappola diplomatica ed economica.
Il giallo dei “pedaggi navali”: il nodo giuridico USA Iran
Il primo grande scontro si consuma sulle regole del transito. Nei mesi scorsi, Teheran ha imposto un blocco de facto chiedendo pagamenti fino a due milioni di dollari per singola imbarcazione o, in alternativa, un dollaro per ogni barile di greggio trasportato, da versare rigorosamente in criptovalute.
Mentre Donald Trump ha categoricamente assicurato che l’accordo prevede un passaggio “toll-free” (senza costi), le agenzie di stampa iraniane (tra cui l’emittente Fars) dipingono uno scenario molto diverso. Fonti vicine al governo di Teheran affermano che gli Stati Uniti avrebbero accettato il pagamento di “tariffe per servizi marittimi” legate alla sicurezza dello stretto, e che la gratuità del passaggio durerà soltanto 60 giorni, ovvero per il periodo fissato per negoziare l’intesa nucleare definitiva. Sul piano del diritto internazionale (Convenzione UNCLOS del 1982), imporre un pedaggio per il solo transito in uno stretto internazionale è illegale. L’Iran sta tentando di equiparare Hormuz ai canali di Suez o Panama, un precedente che l’Occidente non può permettersi di accettare.
Il pericolo invisibile: la bonifica delle mine
Anche se venerdì i governi firmeranno l’accordo a Ginevra, gli armatori internazionali restano terrorizzati. Le associazioni marittime come la Bimco e la società di sicurezza Vanguard hanno già diramato avvisi di massima cautela: lo Stretto di Hormuz è attualmente disseminato di mine navali posate durante le recenti ostilità.
I giganti del trasporto marittimo (come Hapag-Lloyd e Maersk) non faranno muovere le loro flotte finché le acque non saranno dichiarate sicure. Al momento ci sono oltre 150 navi cisterna bloccate all’interno del Golfo Persico in attesa di poter uscire. Il Presidente francese Emmanuel Macron, a margine del G7 di Evian, ha dichiarato che i partner occidentali sono pronti a lanciare una missione internazionale di sminamento. La stessa Marina militare italiana sta pianificando il potenziale invio di quattro unità navali per supportare le operazioni di bonifica, ma gli esperti avvertono: ripulire completamente lo stretto richiederà settimane, se non mesi.
L’incognita Israele e il fronte libanese
Il memorandum prevede che la cessazione delle ostilità si estenda anche al Libano, una clausola fortemente rivendicata da Hezbollah come un “grande successo dell’alleato iraniano”. Ma la vera incognita resta la reazione di Tel Aviv.
Quasi contemporaneamente all’annuncio dell’accordo USA-Iran, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha tenuto una conferenza stampa dai toni durissimi, confermando che Israele manterrà militarmente le proprie “zone cuscinetto” a Gaza, in Siria e in Libano per garantire la propria sicurezza indipendente. La Casa Bianca ha spinto per questo accordo lampo anche in vista delle elezioni di metà mandato di novembre negli Stati Uniti, ma lo scetticismo di Israele e i dettagli ancora fumosi sul programma nucleare di Teheran rischiano di rendere questa tregua estremamente fragile.