La geometria della luce: spazio, finestra e composizione
La Lattaia di Johannes Vermeer realizzata intorno al 1658-1660 e oggi conservata al Rijksmuseum di Amsterdam misura appena 45,5 per 41 centimetri, una dimensione quasi domestica per quella che è unanimemente considerata una delle più grandi pitture della storia dell’arte occidentale.
Il soggetto è di una semplicità radicale: una donna, probabilmente una serva, versa del latte da una brocca in una terrina, in una cucina inondata di luce mattutina proveniente da una finestra a sinistra, eppure in questa semplicità si concentra una complessità compositiva di rara perfezione.
Vermeer organizza lo spazio secondo una griglia invisibile ma rigorosissima: la figura della lattaia occupa il centro leggermente spostato verso sinistra, bilanciata dalla massa di pane sul tavolo a destra e dalla finestra che scandisce verticalmente il lato sinistro del dipinto.
La luce non illumina semplicemente la scena: la costruisce essa entra dalla finestra con una direzionalità precisa, modella il volume del busto della donna, fa brillare la superficie ceramica della brocca, genera le ombre portate degli oggetti sul tavolo con un’accuratezza quasi scientifica.
Il silenzio come soggetto: concentrazione e presenza
Ciò che distingue La Lattaia da quasi ogni altra rappresentazione di scene domestiche nella pittura olandese del Seicento è la qualità della presenza della figura.
La donna non guarda lo spettatore, non interagisce con il mondo esterno al dipinto: è completamente assorta nel proprio gesto, concentrata sull’atto di versare con una presenza fisica e psicologica che emana una forza quasi magnetica.
Questo silenzio questa chiusura dell’immagine su se stessa è una conquista pittorica di straordinaria difficoltà, la maggior parte dei pittori olandesi del periodo, inseriva nella scena domestica elementi narrativi o aneddotici, sguardi verso l’esterno, accenni di storia.
Vermeer elimina tutto questo, la protagonista esiste in un presente assoluto, un eterno adesso in cui il gesto di versare il latte sembra sospeso tra l’inizio e il compimento.
Il critico Svetlana Alpers ha parlato, a proposito di Vermeer, di una pittura dell’«arte del descrivere» in opposizione alla pittura narrativa italiana: un’attenzione alla superficie visibile del mondo che è insieme fedeltà fenomenologica e trasfigurazione poetica, in questo dipinto quella tensione si risolve in una perfezione raramente raggiunta nella storia dell’arte.
La materia e il tempo: superficie, pigmenti e fortuna critica
La superficie de La Lattaia è un oggetto di studio in sé, Vermeer utilizza i pigmenti più preziosi disponibili nel Seicento: il lapislazzuli afghano per il blu del grembiule, il giallo di piombo e stagno per la giacca, l’azzurrite per le ombre fredde.
Sulla superficie del muro bianco, una tecnica di pointillé piccoli punti di luce applicati con precisione produce un effetto di granularità quasi fotografica che anticipa di due secoli le ricerche impressioniste.
Le indagini radiografiche e le analisi stratigrafiche condotte dal Rijksmuseum negli ultimi decenni hanno rivelato numerosi pentimenti: Vermeer ha modificato la composizione durante l’esecuzione, eliminando una carta appesa al muro, un cesto di bucato, un’altra figura.
Ogni eliminazione è stata una semplificazione, una purificazione verso l’essenziale, la fortuna critica del dipinto è quasi interamente moderna: nel Settecento e per gran parte dell’Ottocento Vermeer era semisconosciuto, apprezzato da pochi collezionisti.
È stato il critico Théophile Thoré-Bürger che, nel 1866, ha riscoperto il pittore di Delft attribuendogli sistematicamente le opere disperse nelle collezioni europee.
Da quel momento La Lattaia è diventata quello che è oggi: uno dei quadri più visitati al mondo, un’icona della storia dell’arte e, insieme, un oggetto di stupore sempre rinnovato per chiunque la osservi dal vivo.
LINK: https://www.rijksmuseum.nl/en/collection/object/The-Milkmaid–42dd0e658c2979aec8e144d2357c55c0
