Secondo il Rapporto Assalco-Zoomark 2026 il Barbone è oggi la razza più diffusa nelle case italiane, e in appena un decennio le sue iscrizioni al Libro genealogico ENCI sono più che triplicate. Un successo che apre nuove opportunità per tutto il comparto pet, ma che chiede a chi alleva un supplemento di responsabilità.
Negli ultimi anni il legame tra gli italiani e i loro cani si è trasformato, e i numeri del mercato lo raccontano con chiarezza. Il Rapporto Assalco-Zoomark 2026 stima che nel 2025 il mercato italiano del pet food e del pet care abbia raggiunto 5,3 miliardi di euro, in crescita del 2,5% sull’anno precedente. Gli alimenti per cani e gatti valgono 4,2 miliardi; il restante 1,1 miliardi riguarda accessori, igiene, salute e lettiere. Per chi guarda al mondo dell’allevamento, però, il numero che conta di più è un altro.
Più di una famiglia italiana su due (54,5%) vive con almeno un animale da compagnia e i cani sono presenti in quasi una casa su tre (28,7%). Prevalgono i cani di razza (73,1%) e, tra questi, il Barbone è al primo posto con il 4,0%, davanti a Maltese (3,8%) e Chihuahua (3,5%). Lo stesso rapporto rileva che domina la taglia medio-piccola: un profilo coerente con il successo delle varietà Nano e Toy.
Lo confermano i dati del Libro genealogico ENCI. Nel 2016 i Barboni iscritti erano circa 2.500; nel 2025 hanno superato quota 8.000. Nello stesso periodo il totale delle iscrizioni di tutte le razze è sceso da circa 170.000 a poco più di 140.000. Mentre il totale arretra, il Barbone continua a salire anno dopo anno.

Accogliere un cane significa mettere in moto una filiera di spesa che va ben oltre la ciotola. Il volume del Sole 24 Ore dedicato alla pet economy stimava per un cane di taglia media, intorno ai 20 chili, una spesa di circa 570 euro l’anno: 360 euro di cibo e circa 210 euro di cure veterinarie di base, tra due visite, vaccini, antiparassitari e farmaci. Per i cani oltre i 20 chili la cifra saliva a 785 euro, mentre per un gatto si fermava intorno ai 315 euro. Sono stime di qualche anno fa, da leggere oggi come un ordine di grandezza prudente.
È soprattutto la voce salute a correre. Secondo Aisa, l’associazione delle imprese della salute animale aderente a Federchimica, in Italia i farmaci per animali da compagnia valevano già allora circa 380 milioni di euro, più di quelli per gli animali da allevamento (320 milioni). A livello mondiale il mercato di vaccini, medicine e dispositivi medici per pet superava gli 8 miliardi di dollari l’anno. A sostenerlo c’è anche la longevità: secondo il Rapporto Assalco-Zoomark, negli ultimi trent’anni la vita media degli animali d’affezione è raddoppiata.
Di pari passo cresce il mercato dei servizi e delle tutele. Le polizze dedicate agli animali domestici, che combinano responsabilità civile, tutela legale e spese veterinarie, costavano tra circa 100 e 600 euro l’anno per un cane, a seconda della copertura. E la presenza di un animale orienta ormai i consumi dell’intera famiglia: secondo un’indagine Doxa, il 42% delle famiglie con cani o gatti dichiarava di andare in vacanza con il proprio animale, e in quasi l’80% dei casi la sua presenza incideva sull’organizzazione delle ferie, a partire dalla scelta dell’alloggio.
Le tre razze in testa alla classifica Assalco-Zoomark condividono un elemento: Barbone, Maltese e Chihuahua appartengono tutti al Gruppo 9 FCI, quello dei cani da compagnia. Sono razze di taglia contenuta, adatte alla vita in appartamento e in città, e la loro diffusione racconta bene come sia cambiato lo stile di vita delle famiglie italiane.
Eppure il Barbone non è nato per il divano. Lo standard FCI ne indica l’origine in Francia, e la razza discende dagli antichi cani da acqua impiegati nel riporto della selvaggina palustre: il nome francese, caniche, richiama proprio la caccia all’anatra. Da quell’origine di lavoro derivano l’intelligenza, la facilità di addestramento e il caratteristico mantello riccio, non soggetto alla muta stagionale. Nel tempo la selezione ha dato vita a quattro taglie riconosciute: Grande, Media, Nana e Toy.
Il Barboncino Toy, la taglia più piccola, con un’altezza al garrese tra 24 e 28 centimetri, è oggi tra le varietà più richieste. Ed è anche quella in cui la selezione richiede maggiore attenzione: ridurre la taglia senza compromettere struttura, salute e carattere è il terreno su cui si misura il lavoro dell’allevatore.
Il Maltese è una delle razze più antiche del Mediterraneo. Già noto nel mondo greco e romano, deve il nome all’antico toponimo Melita, e lo standard FCI ne affida il patronato all’Italia. Con un peso di 3-4 chili e il lungo mantello bianco privo di sottopelo, è da secoli il cane da compagnia per eccellenza e richiede una cura costante del pelo.
Il Chihuahua, originario del Messico, prende il nome dallo stato omonimo ed è considerato la razza più piccola al mondo, con un peso ideale tra 1,5 e 3 chili, nelle varietà a pelo corto e a pelo lungo. Le dimensioni ridotte e la forte richiesta lo rendono però tra le razze più esposte al commercio di cuccioli di provenienza incerta: un motivo in più per verificare sempre pedigree e origine.
Storie e caratteri diversi, un denominatore comune: una domanda che non smette di crescere. Ed è proprio quando una razza va di moda che la serietà della selezione diventa decisiva.
Il successo, però, ha un rischio ben noto: la domanda corre più veloce della capacità di selezionare con cura. Aumentano le cucciolate improvvisate e i riproduttori scelti per disponibilità anziché per qualità.
Il fenomeno ha anche una precisa dimensione economica. Secondo l’ENCI, in Italia il prezzo di un cucciolo con pedigree si aggira, per la grande maggioranza delle razze, tra i mille e i tremila euro: un valore che alimenta anche il traffico illegale. Il Sole 24 Ore ha ricostruito il caso dell’«Operazione Crudelia», condotta dai carabinieri forestali di Reggio Emilia: cuccioli di razza, tra cui maltesi, chihuahua e barboncini, acquistati nell’Est Europa a poche centinaia di euro e rivenduti in Italia anche a cinque volte tanto, per un giro d’affari fino a mezzo milione di euro l’anno.
Ecco perché il pedigree non è un dettaglio burocratico, ma una garanzia. Il Rapporto Assalco-Zoomark 2026 ricorda che la normativa genealogica nazionale (D.lgs. 529/1992) consente di vendere un cane dichiarato di razza solo con certificazione genealogica ufficiale, e che nel 2025 il Friuli Venezia Giulia ha reso obbligatorio l’inserimento del pedigree ENCI nel sistema anagrafico SINAC per i cani registrati come di razza.
È una direzione coerente con le esigenze del settore: la tracciabilità tutela le famiglie, i cani e chi alleva seriamente.
Anche l’Europa si muove nello stesso senso. Il primo regolamento UE sul benessere e la tracciabilità di cani e gatti, approvato dal Parlamento europeo il 28 aprile 2026 e in via definitiva dal Consiglio il 22 maggio, introduce standard minimi per l’allevamento, vieta gli accoppiamenti tra consanguinei e la selezione di caratteristiche estreme dannose per la salute, e rende obbligatoria l’identificazione con microchip in banche dati nazionali interoperabili. Allevatori, venditori e rifugi avranno quattro anni dall’entrata in vigore per adeguarsi.
Le regole, però, fissano soglie minime. La differenza, ancora una volta, la fa il modo in cui si alleva. Accanto a una tracciabilità sempre più rigorosa conta una dimensione meno misurabile ma decisiva: il tempo e la cura dedicati a ogni cucciolo nelle prime settimane di vita, quelle in cui si formano carattere ed equilibrio.
È l’approccio scelto dall’allevamento Mater Dei Regina Pacis, che guarda al singolo cucciolo anziché ai grandi numeri. Ogni piccolo resta più a lungo con la madre, riceve un’attenzione individuale ed è accompagnato in una socializzazione corretta e graduale, in un ambiente fatto di affetto e presenza quotidiana. Un modello che non punta a rispondere in fretta alla domanda, ma ad affidare alle famiglie cani sani, equilibrati e già abituati alla vita di casa.
Perché, quando una razza diventa la più amata dalle famiglie italiane, la vera garanzia non è quanti cuccioli nascono, ma come crescono.