L’esperienza personale di R. S.
È il 18 aprile 2019. Tra le vie fangose di Fakulteta, il più grande ghetto rom della città di Sofia, sono in corso dei lavori di demolizione. Una squadra di bulldozer avanza in modo minaccioso verso alcune abitazioni, pronta ad eseguire gli ordini che le sono stati imposti. Si comincia. I muri crollano, i tetti cedono, le finestre vanno in frantumi. Il rombo assordante del motore e il polverone sollevato dai detriti attirano l’attenzione degli abitanti del quartiere. Mentre gli adulti si affacciano dalle porte delle loro case, i bambini più curiosi accorrono sulla scena. Nessuno di loro, però, sembra sorpreso: il Comune di Sofia aveva emesso l’ordinanza di demolizione con largo anticipo, cosicché tutti i residenti fossero a conoscenza degli imminenti sfratti. Ai malcapitati, addirittura, era stata data la possibilità di portare via con sé i loro beni. Ma l’unica cosa preziosa che avevano era la loro baracca. E gli è stata tolta brutalmente.
A distanza di due anni da quella dolorosa vicenda, R. S., una donna rom di 43 anni, decide di condividere la sua testimonianza con i blogger di Medium, una piattaforma di pubblicazione di articoli digitale. “Hanno distrutto ventitré case, lasciando famiglie con bambini senza alcun riparo”, racconta R. S., ricordando ciò che accadde in quel giorno. “Ho visto persino una donna poggiare sul marciapiede due coperte, per poter dormire lì con i suoi figli”. R. S. vive a Bratska Druzhba, una delle zone più depresse del ghetto. La sua baracca è composta da due piccole stanze, alcune sedie di plastica, un letto matrimoniale e pareti fessurate. Una piccola stufa è l’unica fonte di riscaldamento per lei e i suoi sei figli.

Il caso di R. S. è solo la punta dell’iceberg. Tantissime famiglie rom, in Bulgaria, versano in condizioni simili a quelle di R. S., se non peggiori. E non ci sono grosse differenze tra Fakulteta e altri quartieri rom bulgari, come Stolipinovo, situato nella periferia di Plovdiv, e Nadezhda, a Sliven. In Bulgaria, la maggior parte delle abitazioni che modellano i quartieri rom è abusiva. Per questo motivo, alcuni abitanti non beneficiano dei servizi pubblici più semplici, come un sistema fognario funzionante, la raccolta dei rifiuti, l’illuminazione domestica e la manutenzione delle strade. E quando tentano di legalizzare le loro proprietà, grazie a quei pochi soldi che hanno risparmiato, si devono scontrare con un muro apparentemente invalicabile: quello della discriminazione istituzionale.
Ma i media, spesso, non ne parlano. La demolizione di alcune case e l’interruzione della fornitura idrica, ad esempio, non sono considerati dei fatti meritevoli di essere divulgati. Perché accade tutto questo? Per comprenderlo, è necessario fare un passo indietro e rileggere la storia recente dei Rom della Bulgaria: dalle politiche di assimilazione forzata del periodo comunista, fino all’esclusione socioeconomica attuale. Solo inquadrando questi passaggi, si può risalire alle radici delle ingiustizie a cui i Rom bulgari sono sottoposti quotidianamente.

Il contesto storico e sociale
Nel 1944, dopo aver preso il potere, i comunisti intrapresero un processo di coinvolgimento graduale dei Rom nella “costruzione della nuova vita”, cioè quella socialista. La Costituzione di Dimitrov, introdotta nel 1947, tollerava la fondazione di organizzazioni politiche, giornali e teatri che promuovevano la cultura rom e, soprattutto, garantiva ai Rom gli stessi diritti di cui godevano i bulgari e le altre minoranze etniche. Questo atteggiamento inclusivo si ispirava, almeno in parte, alla cosiddetta korenizatsiya, cioè la politica di “indigenizzazione” che era stata promossa dal governo dell’Unione Sovietica tra gli anni Venti e gli anni Trenta.
Questa politica non durò a lungo. Gli anni Cinquanta segnarono il passaggio a una nuova politica, il cui obiettivo era raggiungere l’omogeneizzazione etnica della popolazione. I Rom, a causa dei loro stili di vita “devianti”, non avevano il diritto di conservare le proprie tradizioni e, allo stesso tempo, di far parte a pieno titolo della nuova società comunista. L’assimilazione forzata dei Rom, dunque, era ritenuta un requisito essenziale per la realizzazione del progetto. Le conseguenze dirette dell’attuazione di questa politica furono la cancellazione progressiva della loro presenza nei documenti ufficiali, la sostituzione dei nomi di origine turco-araba con equivalenti bulgari e, soprattutto, l’imposizione della sedentarizzazione.
Un decreto del 1958 vietava espressamente “il vagabondaggio e l’accattonaggio” e imponeva ai cittadini l’obbligo di “rendersi utili alla società e di lavorare secondo le proprie forze e capacità”. Sebbene fosse formulato in termini generali, questo provvedimento era rivolto alla comunità rom, in particolar modo ai Rom nomadi, che rappresentavano circa il 3% della totalità dei Rom bulgari. Per facilitare l’integrazione dei Rom nomadi, il Comitato Centrale del Partito Comunista Bulgaro assegnò a circa 20.000 famiglie rom dei terreni gratuiti sui quali costruire le loro case e avviare attività lavorative. Questi terreni erano ubicati nei villaggi e nelle piccole città, anziché nei quartieri rom già esistenti, perché il Partito Comunista Bulgaro intendeva evitare la concentrazione eccessiva dei Rom in un unico luogo e disperdere le comunità.

Ma il processo di assimilazione forzata dei Rom incontrò numerosi ostacoli. Uno dei principali problemi risiedeva nella mancanza di volontà, da parte di alcuni gruppi nomadi, di abbandonare il proprio stile di vita tradizionale. Alcuni Rom, ad esempio, continuarono a viaggiare per un certo periodo, ignorando il divieto. Allo stesso tempo, la maggioranza slava della popolazione non era disposta ad accettare l’inclusione dei Rom. Le autorità locali avrebbero dovuto agevolare il loro insediamento. In pratica, però, si limitarono a espellere i Rom dai propri territori, scaricando la responsabilità dell’integrazione sui distretti vicini. Alcune amministrazioni locali arrivarono persino a chiudere i confini dei propri distretti, perché si rifiutavano di accogliere i Rom. Accadeva spesso, quindi, che i nomadi venissero respinti e marginalizzati.
Questa situazione rimase pressoché invariata fino al 1989, quando il crollo del sistema socialista innescò un lungo periodo di transizione, segnato da gravi crisi sociali, politiche ed economiche. A causa della chiusura delle fabbriche e delle cooperative agricole, molti Rom furono costretti ad abbandonare le loro precedenti sistemazioni e a trasferirsi nei quartieri più economici, favorendone una crescita irregolare e non pianificata. Il governo bulgaro, indebolito dal crollo del regima comunista, non fu in grado di intervenire efficacemente e sospese ogni investimento volto al miglioramento delle condizioni abitative e infrastrutturali di queste aree. In assenza di un accesso stabile all’istruzione, ai servizi sanitari e al mercato del lavoro, quindi, i Rom precipitarono al di sotto della soglia di povertà.

Problemi attuali
L’atteggiamento del nuovo Stato bulgaro nei confronti dei Rom, sin dalla sua costituzione, si è caratterizzato per l’assenza di una reale volontà di cambiamento. Anche nei casi in cui le istituzioni si sono trovate nella posizione di dover affrontare in modo diretto le problematiche legate ai Rom, i politici bulgari hanno preferito fingere di agire, piuttosto che intraprendere azioni concrete. E questo approccio è rimasto sostanzialmente immutato anche dopo l’ingresso della Bulgaria nell’Unione Europea, avvenuto nel 2007, proprio perché le decisioni politiche dedicate alla “questione Rom” continuavano ad essere condizionate dagli stereotipi e dai pregiudizi radicati nella società bulgara.
Ancora oggi, purtroppo, i progressi verso un effettivo miglioramento delle loro condizioni di vita sono modesti. I Rom bulgari continuano ad essere una delle comunità urbane più emarginate del Paese: povertà, disoccupazione, un basso livello di istruzione e stigmatizzazione sociale impediscono loro di partecipare attivamente alla vita pubblica. La crescita economica e il miglioramento del tenore di vita, derivati dall’adesione della Bulgaria all’Unione Europea, non hanno portato a una riduzione delle disuguaglianze sociali, né attenuato le disparità regionali. Di conseguenza, lo status socioeconomico dei Rom è rimasto sostanzialmente invariato.

Segregazione residenziale, istruzione e assistenza sanitaria
I dati dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali (FRA) mettono in luce le profonde disuguaglianze che colpiscono la comunità rom. Uno degli indicatori più allarmanti è il tasso di rischio di povertà, che tra i Rom raggiunge il 71%, a fronte di una media nazionale del 24%. Si stima, inoltre, che il 62% dei Rom viva in condizioni di grave disagio economico, rispetto al 19% della popolazione complessiva.
Sul fronte abitativo, la privazione colpisce il 66% dei Rom, rispetto al 22% del resto della popolazione. Negli ultimi decenni, si è assistito a un aumento della segregazione residenziale: molti bulgari etnici hanno abbandonato i quartieri a prevalenza rom, mentre i Rom si sono trasferiti negli insediamenti monoetnici, contribuendo alla formazione di veri e propri ghetti urbani. Il sovraffollamento ha favorito l’espansione dell’edilizia abusiva. Poiché queste costruzioni non sono incluse nei piani urbanistici ufficiali, le autorità locali non si considerano obbligate a garantire i servizi essenziali. Una situazione del genere comporta inevitabilmente un peggioramento delle condizioni abitative, gravi carenze infrastrutturali, problemi igienico-sanitari, difficoltà nei trasporti e un accesso limitato ai servizi di base.

Il settore dell’istruzione mostra una situazione altrettanto critica. In Bulgaria, i rendimenti nelle competenze di base sono sensibilmente inferiori alla media dell’Unione Europea, soprattutto tra gli studenti provenienti dai contesti svantaggiati. La segregazione scolastica colpisce in modo particolare i bambini rom: il 64% degli alunni di età compresa tra i 6 e i 15 anni frequenta le scuole dei ghetti. Si tratta di uno dei livelli di segregazione scolastica più alti d’Europa, secondo solo alla Slovacchia. Queste scuole, spesso fatiscenti e inadeguate, non offrono un’istruzione di qualità. Molte famiglie rom desidererebbero iscrivere i loro figli negli istituti frequentati dai bulgari, ma i dirigenti scolastici e gli insegnanti, temendo un calo degli standard educativi, si oppongono. Le conseguenze negative di questa emarginazione sono ampiamente documentate e rappresentano un ostacolo significativo all’inclusione sociale e all’equità.

Anche il sistema sanitario bulgaro evidenzia forti criticità. L’accesso ai servizi sanitari risulta disomogeneo, a causa della carenza di personale e di una spesa pubblica insufficiente. Circa il 53% della popolazione rom non dispone di una copertura assicurativa e può usufruire solo di alcuni servizi essenziali.
L’antiziganismo istituzionale
Una retorica politica intollerante e razzista, spesso alimentata da figure di spicco e dai media tradizionali, ha messo in discussione i valori di equità sociale e di inclusione, erodendo i diritti umani delle comunità emarginate. Nel 2020, l’allora Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, ha denunciato “la dilagante intolleranza nei confronti delle minoranze in Bulgaria” e ha condannato “il clima di ostilità nei confronti dei Rom, in particolare verso coloro che erano stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni a seguito di proteste antiziganiste”. La proliferazione dei discorsi d’odio non solo rafforza stereotipi dannosi, ma finisce per legittimare anche pratiche e politiche discriminatorie, normalizzando comportamenti pregiudizievoli e promuovendo un clima di ostilità.

Già nel 2018, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite aveva espresso preoccupazione per l’aumento degli atti di incitamento all’odio contro i Rom e dei crimini a sfondo razzista. Discorsi intolleranti, antiziganisti e xenofobi vengono veicolati attraverso la televisione, la stampa e Internet e, fatto ancor più grave, vengono pronunciati dai rappresentanti del governo durante le campagne elettorali. Il Comitato, inoltre, aveva rilevato abusi da parte delle forze dell’ordine, tra i quali “irruzioni punitive” nei ghetti rom, la mancanza di dati affidabili sui maltrattamenti e sull’uso eccessivo della forza, nonché l’assenza di un meccanismo indipendente utile per indagare sugli abusi commessi dalla polizia.
Stando a quanto è stato riportato da una ricerca del 2020 del Comitato di Helsinki, intitolata Guilty by Default, i cittadini rom hanno il doppio delle probabilità di subire violenze fisiche da parte della polizia rispetto al resto della popolazione. Sebbene costituiscano circa il 10% della popolazione bulgara, i Rom rappresentano oltre il 50% dei nuovi detenuti e dei condannati a pene detentive. In un contesto del genere, segnato da un progressivo indebolimento della tutela dei diritti umani, dall’instabilità politica e da un’elevata disuguaglianza sociale, la possibilità di sviluppare una strategia efficace di inclusione dei Rom bulgari appare più remota che mai.

Conclusione
Come si è visto, ciò che accade ogni giorno ai Rom bulgari non è il sintomo di una crisi passeggera, ma l’esito di una storia complessa e stratificata. Una storia fatta di politiche sbagliate, di sforzi di integrazione incompiuti e di discriminazioni sistematiche. Ma dietro ogni statistica ci sono delle persone. Volti, nomi, storie private. C’è la lotta coraggiosa di R. S., che cerca con tutte le sue forze di proteggere i propri figli da un mondo che li respinge e da un futuro che non promette nulla. Ci sono le tragedie, come quella di Asparuhovo, un quartiere rom di Varna, dove un alluvione, nel 2014, spazzò via 13 vite, a causa della precarietà delle abitazioni. Ci sono le umiliazioni, come quelle che hanno subito gli abitanti di Yambol, che sono stati cosparsi di 3.000 litri di disinfettante da alcuni aerei in volo, durante la pandemia di Covid-19. E ci sono centinaia di migliaia di altre persone che, giorno dopo giorno, lottano per affermare la propria dignità in un Paese che ha dimenticato, o forse ha scelto di dimenticare, cosa significhi includere.
Ignorare o minimizzare queste ingiustizie equivale a legittimarle. Ogni baracca demolita, ogni bambino privato del diritto di ricevere un’istruzione dignitosa, ogni vittima degli abusi e dell’indifferenza è un piccolo tassello che va ad aggiungersi al mosaico di un fallimento collettivo: quello di una società che lascia indietro i più vulnerabili. Invertire questa rotta richiederà qualcosa in più rispetto ai proclami politici e alle strategie scritte e mai attuate. Servirà un impegno concreto e costante, in grado di scardinare i pregiudizi più profondi e di avviare un cambiamento culturale. L’inclusione non deve essere considerata un’opzione, né un obiettivo da rimandare. È una responsabilità morale e civile, da cui dipendono la tenuta stessa delle istituzioni democratiche e il rispetto dei principi fondamentali su cui si fonda ogni società giusta.