Un quadro respinto, una carriera inventata
Nel 1887 una pittrice di nature morte floreali, trentatreenne, invia a Berlino una grande tela intitolata «Mors Imperator».
L’Accademia la respinge; il rifiuto diventa il caso dell’anno, molti vi leggono un’allusione al vecchio imperatore Guglielmo I, e l’artista si ritrova, da un giorno all’altro, un nome di cronaca, più tardi chiamerà quel dipinto la maledizione della propria vita, perché da allora la si guardò come un’outsider.
È il paradosso attorno a cui ruota la figura di Hermione von Preuschen: l’opera che la rende celebre è anche quella che la imprigiona, di fatto la mostra dell’Alte Nationalgalerie di Berlino, aperta fino al 15 novembre 2026, propone una lettura meno compassionevole e più interessante: von Preuschen avrebbe compreso con lucidità i meccanismi del sistema dell’arte e la forza dell’attenzione pubblica, in un tempo in cui le artiste incontravano resistenze enormi.
Dalla natura morta al simbolo: una pittrice che scriveva
Dal 1872, per tre anni, studia a Karlsruhe con Ferdinand Keller, dal quale eredita un gusto decorativo e drammatico e la pratica della «natura morta storica», un genere in cui gli oggetti non si limitano a stare sul tavolo ma raccontano.
Da quella scuola a un’iconografia di morte e di potere il passo non è breve, ma è coerente: «Mors Imperator» apre una serie di grandi composizioni simboliste in cui la natura morta, per così dire, prende la parola.
Accanto alla pittura corre la scrittura: raccolte di versi come «Via passionis», un titolo programmaticamente provocatorio come «Yoshiwara, vom Freudenhaus des Lebens», una vita da viaggiatrice che i contemporanei non poterono ignorare.
Il suo nome circola in varianti come Hermione, Hermine, Erminia e la mobilità dell’identità sembra corrispondere a quella dei generi praticati.
Nel 1896, al Congresso internazionale delle donne a Berlino, parlò dello studio artistico femminile, in un tempo in cui le accademie restavano precluse alle donne, il suo femminismo non è dunque una cornice applicata a posteriori, ma un’argomentazione di prima mano, formulata da chi quelle porte le aveva trovate chiuse.

Il Tempio, il romanzo di una vita e la riscoperta
Il progetto più ambizioso fu costruito, letteralmente: il «Tempio Hermione» a Lichtenrade, alla periferia di Berlino, un grande complesso insieme abitazione e dichiarazione d’intenti, che le fonti descrivono come emblema delle sue aspirazioni e come peso enorme.
Le memorie, «Der Roman meines Lebens», pubblicate nel 1926 dalla figlia, restituiscono un’esistenza irrequieta, segnata da preoccupazioni economiche, dall’ostilità dell’ambiente e da una solitudine profonda: il contrappunto privato dell’immagine pubblica.
Quanto accade oggi attorno alle varie retrospettive dei maggiori musei tedeschi narrano qualcosa di più dell’interesse per una singola artista: segnala il modo in cui la storia dell’arte sta riscrivendo il proprio canone, partendo spesso dai margini che essa stessa ha prodotto.
Resta da chiedersi, e la domanda non è retorica, se la riscoperta si regga sull’opera o ancora sullo scandalo: se guardiamo von Preuschen perché dipingeva bene o perché fu respinta, la risposta richiederà che qualcuno, finalmente, guardi i quadri senza il rumore che li circonda.