Gli aiuti all’Ucraina stanno davvero mettendo in ginocchio la nostra sanità pubblica? Ecco cosa rivelano i dati

«L’Italia invia miliardi di euro all’Ucraina, mentre i nostri ospedali chiudono reparti e le scuole cadono a pezzi». Ognuno di noi avrà sentito o letto questa frase, una delle più ricorrenti nei dibattiti pubblici degli ultimi anni. Mette in relazione due tematiche molto sentite dai cittadini italiani, cioè il sostegno all’Ucraina e la carenza dei servizi pubblici, suggerendo tra le righe che l’una sia causa dell’altra. Secondo tale narrazione, rilanciata anche da politici e alcuni opinionisti televisivi, ogni euro destinato all’invio di armi o aiuti umanitari a Kiev sarebbe un euro sottratto ai servizi essenziali per i cittadini. Ma questa convinzione trova davvero conferma nei numeri?

Innanzitutto, occorre andare oltre gli slogan, confrontare il peso economico del sostegno all’Ucraina con le voci principali della spesa pubblica italiana e valutare quali effetti genererebbe un’eventuale sospensione del programma di assistenza. L’obiettivo della seguente inchiesta non è stabilire se l’invio di aiuti a Kiev sia politicamente giusto o sbagliato, ma verificare, attraverso l’analisi di documenti ufficiali, bilanci pubblici e dati, se esista un rapporto diretto tra l’erogazione di aiuti a sostegno dell’Ucraina e la capacità dello Stato di finanziare il Servizio sanitario nazionale e il sistema dell’istruzione.

Quanto è costata la guerra all’Italia?

È utile fare una piccola premessa. Non esiste un documento ufficiale che riporti il valore economico complessivo degli aiuti elargiti all’Ucraina dal 2022 a oggi. L’invio di armi, infatti, è stato autorizzato da una serie di decreti interministeriali, i cui dettagli sono rimasti in larga parte classificati per ragioni legate alla sicurezza nazionale. La ricostruzione del costo complessivo del sostegno offerto all’Ucraina, quindi, richiede l’analisi di fonti diverse: dichiarazioni dei rappresentanti del governo, documenti parlamentari, dati forniti dal Ministero della Difesa, analisi di centri di ricerca indipendenti e rapporti internazionali.

In base alle stime disponibili, si può supporre che, tra il 2022 e il 2026, l’Italia abbia destinato circa 3 miliardi di euro all’invio di armi all’Ucraina. A tale cifra si aggiunge anche il finanziamento di interventi umanitari, programmi di assistenza sanitaria, iniziative della Protezione civile e misure di sostegno ai rifugiati ucraini, equivalente ad alcune decine di milioni di euro. Va considerato, inoltre, un altro aspetto: in alcuni casi, all’Ucraina vengono ceduti materiali bellici già presenti negli arsenali delle Forze armate italiane.

Si può concludere, quindi, che l’Italia abbia sostenuto un impegno economico nell’ordine di alcuni miliardi di euro. Ciò che non è possibile fare, almeno con gli strumenti accessibili al pubblico, è determinare con precisione il costo di ogni singola fornitura o distinguere le spese effettive dalle cessioni di materiali bellici e dalle cifre reinvestite per la ricostituzione dei magazzini militari.

Sono tanti o pochi?

3 miliardi di euro rappresentano una somma considerevole per qualsiasi cittadino. Il loro significato, però, cambia, se vengono contestualizzati nel bilancio statale. Distribuiti nell’arco di quattro anni, gli aiuti equivalgono a circa 750 milioni di euro annui. Si tratta di una cifra notevolmente inferiore rispetto alle voci principali della spesa pubblica. Ogni anno, l’Italia destina oltre 330 miliardi di euro alle pensioni, circa 140 miliardi di euro al Servizio sanitario nazionale e più di 80 miliardi di euro all’istruzione e all’università.

Il sostegno all’Ucraina rappresenta, dunque, una quota marginale della spesa statale. I 750 milioni di euro annui corrispondono a circa mezzo punto percentuale della spesa sanitaria annuale e a una frazione ancora più piccola della spesa previdenziale. Questo significa che la sospensione del programma assistenziale libererebbe risorse, ma non di una dimensione tale da modificare in modo incisivo e sostanziale il funzionamento dei principali servizi pubblici.

Se smettessimo di aiutare l’Ucraina, cosa succederebbe?

Le problematiche legate alla sanità e all’istruzione non derivano dalla mancanza di un singolo finanziamento straordinario, ma da esigenze più profonde, che richiederebbero investimenti costanti e permanenti. Assumere medici e infermieri, rinnovare i contratti dei componenti del personale scolastico, costruire nuovi ospedali o ampliare l’offerta formativa significa sostenere spese consolidate. Un finanziamento straordinario e, di conseguenza, limitato nel tempo non può risolvere problemi strutturali.

Il finanziamento pubblico della sanità italiana, ad esempio, richiede ogni anno oltre cento miliardi di euro. Un eventuale trasferimento delle risorse destinate all’Ucraina verso il Servizio sanitario nazionale non sarebbe sufficiente a risolvere la carenza di personale e i problemi legati alle liste d’attesa. Lo stesso ragionamento vale per l’istruzione. La stabilizzazione del personale, la digitalizzazione, la formazione degli studenti, il miglioramento delle strutture e il contrasto alla dispersione scolastica sono interventi che richiedono finanziamenti continui, non soltanto straordinari.

Il costo dell’inazione

Nel gioco della politica, qualsiasi scelta porta con sé delle conseguenze, anche se la scelta stessa non si traduce in un’azione. È il cosiddetto costo dell’inazione. Quando uno Stato decide di elargire soldi a un suo alleato, non valuta soltanto le conseguenze economiche immediate, ma anche gli scenari alternativi. Nel caso dell’Ucraina, la domanda da porci non riguarda esclusivamente il costo delle armi e degli equipaggiamenti, ma anche le conseguenze che potrebbero derivare dalla destabilizzazione dell’Europa orientale, da una pressione migratoria maggiore o dall’indebolimento della credibilità politica dell’Europa.

Se il nostro Paese ha scelto di destinare 3 miliardi di euro al sostegno dell’Ucraina, è perché ritiene che questa azione risponda anche al proprio interesse nazionale. Per l’Italia, che fa parte dell’Unione europea e della NATO, la partecipazione al Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come Ramstein group, rappresenta un’occasione concreta per rafforzare la sua reputazione nei confronti degli alleati. Non essendo una superpotenza, infatti, l’Italia esercita gran parte della sua influenza attraverso la partecipazione ai processi decisionali europei. Naturalmente, resta aperta la questione se questi benefici giustifichino i costi sostenuti.

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