Dorian Gray: L’edonismo come dottrina e malattia

L’opera di Oscar Wilde, Il Ritratto di Dorian Gray (1891), non è semplicemente un racconto gotico o un dramma morale; è, in primo luogo, un manifesto provocatorio dell’edonismo in un contesto vittoriano saturo di ipocrisia.

La parabola discendente di Dorian Gray prende il via dall’incontro con Lord Henry Wotton, il cui cinismo brillante funge da catalizzatore per la trasformazione del giovane in un discepolo della vita votata interamente alla ricerca del piacere.

“Agisci secondo i tuoi impulsi più segreti,” sembra suggerire Lord Henry, elevando l’esistenza a opera d’arte e il godimento dei sensi a unico fine.

La bellezza di Dorian, preservata magicamente, diventa la sua licenza morale: l’immunità dalle conseguenze lo spinge a un’inesorabile corruzione dell’anima, Wilde, tuttavia, non si limita a celebrare l’edonismo, ma ne espone le fatali crepe.

La dottrina, spinta alle estreme conseguenze, si rivela non una via per la gioia suprema, ma una malattia esistenziale che porta alla solitudine e alla distruzione interiore, la vera arte, suggerisce, è al di sopra della semplice licenziosità, esigendo un’onestà che Dorian perde nella sua eterna giovinezza.

Oscar Wilde, Irish dramatist, poet, and wit, born Oscar Fingal O’Flahertie Wills in 1854. (Photo by Napoleon Sarony/Bettmann/Getty Images)

Il patto faustiano: estetica contro morale

Il cuore pulsante del romanzo risiede nell’insanabile contrasto tra estetica e morale. Dorian, patto faustiano stipulato di fronte al quadro di Basil Hallward, ottiene la perpetua giovinezza e bellezza fisica a scapito della sua anima, il cui degrado si riflette unicamente sul suo ritratto.

L’opera d’arte, il dipinto, smette di essere solo rappresentazione per diventare la vera coscienza morale di Dorian, l’unico luogo in cui l’orrore delle sue azioni dal cinico abbandono di Sibyl Vane all’omicidio di Basil può manifestarsi.

Wilde usa questo meccanismo sovrannaturale per ribaltare la tradizionale equivalenza tra bellezza e bontà. La perfetta superficie estetica di Dorian cela un abisso etico, dimostrando che l’ossessione per l’esteriorità può condurre a una profonda decomposizione interiore.

La bellezza, priva di un’etica che la sostenga, è effimera e, peggio, pericolosa, la morale non è un peso, ma la trama invisibile che dà significato all’opera d’arte della vita; senza di essa, l’esteta si riduce a un’elegante mostruosità.

L’artista tra creazione e giudizio

La narrazione è magistralmente triangolata dalla figura dell’artista, rappresentata da Basil Hallward. Basil è l’artista romantico e moralista, colui che crede che l’arte debba riflettere l’anima e teme l’eccessiva bellezza della sua creazione (Dorian).

Egli non vuole esporre il ritratto perché in esso ha messo troppo di sé stesso e della sua idealizzazione di Dorian, un amore platonico che teme la corruzione del mondo, il suo assassinio per mano di Dorian segna il trionfo dell’estetismo amorale sull’etica e sulla vera arte.

Con l’uccisione di Basil, Dorian tenta di annullare il giudizio morale insito nell’opera stessa. Wilde, l’autore, si posiziona in modo più sfumato: sebbene Lord Henry proponga la vita come massima espressione artistica, alla fine il destino tragico di Dorian riafferma la necessità della responsabilità.

Il romanzo, in ultima analisi, è un monito dell’artista alla società: l’arte può essere immorale nell’intenzione, ma deve essere vera nel risultato.

E la verità de Il Ritratto di Dorian Gray è che l’estetica, quando assolutizzata, conduce solo al fallimento morale.

UNITED KINGDOM – OCTOBER 25: A Sotheby’s employee holds one chapter of the manuscript of ‘The Picture of Dorian Gray’ in central London, Monday, October 25, 2004. “The Wilde Myth,” an unpublished book about Oscar Wilde by his lover Alfred Douglas that describes the homosexual author as evil, will go on sale in London on Oct. 29 for an estimated 50,000 pounds ($92,113). (Photo by Andy Shaw/Bloomberg via Getty Images)
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