Quando sentiamo nominare il 2020 sembra essere rimasto solo il ricordo lontano di un periodo che ha messo a dura prova l’economia internazionale e i rapporti tra decine di Paesi. Un periodo in cui il mondo intero è stato messo in ginocchio davanti ad un nemico comune del quale non si conosceva praticamente nulla. Ma ci siamo mai chiesti cosa è rimasto ancora oggi del Covid-19?
Per rispondere a questa domanda occorre ricollegarsi alle dichiarazioni che i principali rappresentanti di Stato ed economisti hanno rilasciato durante gli anni della pandemia: “Il Covid-19 non si arresterà così semplicemente, per rimarginare le ferite che ha provocato alle economie servirà tempo.”
E se lo sguardo globale del 2020 era focalizzato sulle emergenze sanitarie a cui il mondo ha saputo rispondere con rapidità ed efficacia, oggi riusciamo ad osservare con più consapevolezza le conseguenze che la pandemia ha avuto sull’economia e sul mercato del lavoro.
Cosa significava lavorare durante il Covid-19?
Il mercato del lavoro è considerato uno spazio in cui miliardi di aziende sparse nel mondo decidono di posizionarsi dopo aver studiato a fondo la concorrenza ed il modo più efficace per generare un profitto. Ma se esiste un carattere comune ad ogni realtà societaria, quella sarà sempre la forza lavoro: risulterebbe impensabile generare un ricavo senza avere dipendenti che lavorano all’univoco per produrre un determinato servizio. E il Covid-19 ha modificato proprio questo, il modo di lavorare.
A causa dell’emergenza sanitaria ogni professione si è dovuta adeguare ad una condizione sconosciuta finora. Lo smart-working, ad esempio, è stata la soluzione a cui la stragrande maggioranza di società hanno fatto ricorso per far sì che quell’adeguamento non avesse inficiato in maniera determinante sui risultati. Così le persone hanno conosciuto un nuovo meccanismo, meno tradizionale ma sicuramente innovativo e che avrebbe garantito loro la possibilità di mantenere una stabilità economica.
Ma non sempre questo è bastato. Secondo i dati macroeconomici della Banca Mondiale relativi all’impatto della prima ondata della pandemia, circa il 4% delle imprese a livello globale ha chiuso definitivamente o ha dichiarato fallimento nel corso del 2020.
A prima vista può sembrare una percentuale contenuta, ma se rapportata alle centinaia di milioni di attività esistenti al mondo, si parla di milioni di aziende scomparse. Il numero è rimasto parzialmente arginato solo grazie ai massicci aiuti e sussidi statali (come i prestiti garantiti e la cassa integrazione) messi in campo dai governi.
L’imprenditoria europea nel 2020: tra sfide e sconfitte
Secondo i dati di Confcommercio, solo nel 2020 si è registrata la chiusura definitiva di oltre 390.000 imprese a fronte di appena 85.000 nuove aperture, con un saldo negativo netto di circa 300.000 attività (concentrate soprattutto nel commercio non alimentare, nei servizi e nel turismo). A queste si sono aggiunti circa 200.000 professionisti che hanno cessato l’attività.
| Paese | Chiusure / Impatto Aziendale (2020) | Settori più colpiti | Note sul contesto economico |
|---|---|---|---|
| Italia | ~390.000 chiusure | Commercio al dettaglio, Ristorazione, Servizi, Turismo | Il saldo netto tra aperture e chiusure è stato di circa -300.000 imprese, il peggior dato da decenni. |
| Regno Unito | ~332.000 chiusure | Ospitalità, Commercio, Servizi professionali e amministrativi | I dati ONS hanno evidenziato un picco di cessazioni definitive (“business deaths”), aggravate dalla concomitanza con la Brexit. |
| Spagna | ~200.000+ chiusure | Turismo, Ristorazione (Horeca), Piccoli negozi di quartiere | L’altissima dipendenza dal turismo internazionale ha reso il tessuto delle micro-imprese spagnole tra i più vulnerabili d’Europa. |
Nota: I dati includono sia i fallimenti formali sia le chiusure/cessazioni volontarie di attività commerciali e micro-imprese nel corso del 2020.
Digitalizzare i propri servizi ed i prestiti statali offerti nel 2020
Un’altra caratteristica che si è rivelata determinante per le aziende, è stata la digitalizzazione dei propri prodotti su un canale internet. Per chi non aveva un e-commerce è stato costretto a crearli in pochi mesi. Oggi la multicanalità (vendere sia online che offline) non è più un’opzione ma uno standard, alzando i costi di marketing digitale e logistica per le piccole imprese.
Durante la pandemia i governi hanno offerto liquidità sotto forma di “prestiti garantiti dallo Stato” per salvare migliaia di aziende da una bancarotta certa. Stessi prestiti che le imprese si trovano a dover restituire oggi, facendo i conti con dei costi di produzione e di distribuzione decisamente più alti rispetto allo scorso decennio.
E se per alcuni settori i danni sono stati relativi, ce ne sono altri per cui il Covid ha determinato un vero blocco. Basta pensare alla ristorazione; hotellerie; logistica; trasporti; turismo, tutti settori colpiti in pieno dal cataclisma finanziario del 2020 e che sono stati gli ultimi a tornare a vedere un parvenza di normalità.
La vera eredità del Covid 19 non è solo una cicatrice economica, ma una consapevolezza cruciale per il futuro: nel mercato globale moderno, la resilienza e la capacità di adattarsi al cambiamento repentino non sono più un vantaggio competitivo, ma l’unico e fondamentale requisito per restare in vita.