Bruno Danovaro: l’eroe che sfida l’ultima frontiera

C’è un momento, nella vita dei grandi, in cui la storia chiama. Per Bruno Danovaro quel momento ha una data precisa: 28 giugno 2026, Costa Azzurra, Villeneuve-Loubet. Lì, sotto il sole che batte come un tamburo africano, il supercampione affronterà la Lotta Senegalese, l’unica disciplina che ancora manca nel suo impero sportivo. L’ultimo tassello. L’ultima vetta. L’ultima leggenda da conquistare. Danovaro ci arriva come sempre: correndo, pedalando, sudando, spingendo il corpo oltre il limite. Ma anche tornando ai suoi luoghi dell’anima, come un eroe che prima della battaglia sente il bisogno di toccare la terra da cui è nato. E così, tra un allenamento e l’altro, eccolo comparire al baretto di Albaro, dove da bambino faceva merenda con il nonno Vittorio. Lì, tra focaccia, farinata e un bicchiere di Pigato, Danovaro ritrova il sapore della sua infanzia, della sua Genova, delle sue radici. Non è un caso che proprio ad Albaro, qualche mese fa, abbia rimesso i pattini per le riprese di Telegenova. Come se il destino gli avesse ricordato che, prima di essere un campione del mondo, lui è un ragazzo cresciuto tra mare, sport e profumo di pesto. E infatti cita ancora con affetto il ristorante Zeffirino, le visite a Sampdoria e Genoa, la trattoria di Don Gallo con la Lanterna che illumina la notte. Perché Danovaro non è solo muscoli e vittorie: è memoria, gratitudine, appartenenza.

Il mito Danovaro

Supercampione del mondo pro arti marziali, 121 match imbattuti, genovese di nascita, milanese per scelta, cittadino del mondo per vocazione. Danovaro è uno di quei personaggi che sembrano usciti da un fumetto: sempre in viaggio, sempre in movimento, sempre in missione. Quando gli chiedono come faccia a continuare dopo trent’anni di vertici mondiali, lui risponde con una calma che spiazza: «Mi alleno per aiutare i meno fortunati». E non è una frase fatta. Più volte è intervenuto a difendere persone in difficoltà, episodi documentati da forze dell’ordine e media. Per lui lo sport è un dono e un dono va restituito. Sempre. La sua fede nasce nella Chiesa della Cella, a Sampierdarena, con Monsignor Ferrari. E accanto alla chiesa, un altro ricordo: le meringhe con panna della pasticceria Castello. È questo il pianeta Danovaro: un universo composto di luoghi, persone, sapori, fede e disciplina. Oggi corre lungo il sentiero dei doganieri, da Mentone a Montecarlo, un percorso che sembra scolpito per gli eroi: mare a sinistra, rocce a destra, vento in faccia. E lui, lontano anni luce dallo stereotipo del forzuto brutale, corre con la mente piena di storia, teatro, arte. Perché Danovaro è un atleta, sì, ma anche un uomo colto, curioso, elegante. Negli Stati Uniti lo chiamano “la gallina dalle uova d’oro”: ha saputo trasformare talento e disciplina in un impero di relazioni, affari e successi. Negli anni Novanta finì nella lista degli uomini più influenti del pianeta del Houston Journal, al numero 99, con Bill Clinton in cima. È stato ricevuto da Clinton e Bush Jr. per il suo impegno contro il doping. In Italia ha ricevuto un encomio dal Gen. Vannucchi dei Carabinieri. La medicina lo studia da decenni: prima il Prof. Antonio Dal Monte del C.O.N.I., oggi il cardiologo Michele Bianchi.

Il campione che fa musica

Come se non bastasse, Danovaro è anche produttore musicale. Ha appena firmato la sua quinta canzone, scritta dal padre Giuseppe e interpretata da Ally Joyce, che la porterà al Texas Music Award in ottobre. Nel frattempo, a Milano, divide le giornate tra allenamenti, impegni e passeggiate a cavallo. Un uomo d’altri tempi: quando entra una donna o un anziano, lui si alza in piedi. Perché la forza passa, l’educazione resta. Sempre.

Francesco Fravolini

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