L’Islanda chiude le porte all’UE: vince il “no” con il 52,8% dei voti

I cittadini islandesi hanno respinto la proposta del governo di riprendere i negoziati per l’adesione all’Unione europea. Al termine di una campagna referendaria combattuta, che ha contribuito a spaccare l’opinione pubblica, il fronte del “no” ha prevalso con il 52,8% dei voti. Stando a ciò che è stato riportato da RUV, l’emittente televisiva statale, l’affluenza alle urne è stata molto elevata, con circa 225.000 votanti, pari all’82,5% delle persone aventi diritto al voto. È la più alta dal 2009.

Il periodo storico scelto per l’indizione del referendum non è casuale. L’Islanda si trova in un contesto politico estremamente instabile, caratterizzato dalle ripetute minacce di Donald Trump e dal rischio di una possibile annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti. Il governo islandese, infatti, aveva promesso di indire un referendum entro il 2027, ma lo ha anticipato proprio a causa delle tensioni internazionali.

Il percorso europeo dell’Islanda

L’Islanda aveva presentato la domanda di adesione all’Unione europea nel 2009, a seguito dello scoppio della crisi finanziaria. Tuttavia, i negoziati si sono interrotti bruscamente pochi anni dopo, nel 2013, poiché non era possibile procedere senza un referendum. Ora che gli islandesi si sono espressi sulla questione, il governo dovrà decidere se presentare una risoluzione parlamentare per ritirare formalmente la propria domanda di adesione all’Unione europea.

A Bruxelles, nel frattempo, circola grande delusione. L’Unione europea era molto desiderosa di accogliere nella propria cerchia un Paese ricco, tant’è che si era resa disponibile a scendere a compromessi con l’Islanda su alcune questioni spinose, come quella sulla pesca. Non per nulla, il dibattito politico si è concentrato prevalentemente sul tema del diritto alla pesca, piuttosto che sulle questioni relative alla sicurezza.

Nonostante la vittoria del “no”, il governo, filo-europeo e di centrosinistra, si è detto soddisfatto dell’affluenza elevata alle urne e dell’interesse della popolazione verso il ruolo internazionale dell’Islanda. La Prima Ministra islandese, Kristrún Frostadóttir, ha affermato che il referendum ha contribuito a «elevare il dibattito pubblico in Islanda a un livello superiore». «Tuttavia», ha aggiunto, «è chiaro che la questione non andrà avanti con questo governo».

Le argomentazioni del “sì” e del “no”

I sostenitori del “sì” ritenevano che l’adesione all’Unione europea avrebbe garantito all’Islanda una protezione contro le minacce di Donald Trump e le sue mire espansionistiche nell’Artico. L’Islanda fa già parte del mercato unico dell’Unione europea e dell’area Schengen, ma con un’adesione completa avrebbe avuto diritto a partecipare all’unione doganale e all’unione monetaria.

I sostenitori del “no”, invece, temevano che la ripresa dei negoziati con l’Unione europea avrebbe significato cedere il controllo sulle zone di pesca, che rappresentano la fonte principale di ricchezza per l’industria del Paese. La normativa comunitaria, però, impone alla quantità del pescato un limite, che tutti quanti i Paesi membri devono rispettare.

L’Islanda ha sempre lottato per la protezione delle proprie risorse ittiche dai pescatori stranieri, sin da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Danimarca. Perciò, il fronte del “no” ha potuto far leva efficacemente sui sentimenti più profondi dei cittadini, mettendo in risalto l’identità nazionale ed enfatizzando la questione dell’indipendenza economica.

Economia, ma anche sicurezza

Le preoccupazioni legate all’economia di esportazione hanno svolto un ruolo fondamentale nella campagna referendaria, ma non sono state le uniche a dominare il dibattito. Si è parlato anche di sicurezza. L’Islanda è uno dei Paesi fondatori della NATO, ma non possiede un esercito proprio ed è costretta ad affidarsi ai suoi alleati per difendersi. L’adesione all’Unione europea le avrebbe assicurato l’accesso alle infrastrutture di difesa comuni del blocco.

Il risultato del referendum, inoltre, ha messo in luce una netta divisione tra le aree rurali e le aree urbane, con la capitale, Reykjavik, unica regione dell’isola in cui la maggioranza ha votato “sì”.

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