Terrorista o servo della verità? Ecco chi era Anas al-Sharif, il reporter palestinese ucciso dall’IDF

“Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”. La beatitudine pronunciata da Gesù nel Discorso della Montagna non si riferisce a una semplice aspirazione alla giustizia, ma a qualcosa di molto più profondo. Parla di un desiderio viscerale, intenso, paragonabile alla fame e alla sete che spingono l’essere umano a cercare cibo e acqua per sopravvivere. È un invito ad agire, a impegnarsi concretamente per costruire un mondo più giusto. E, in linea con l’ideale di redenzione che attraversa il pensiero cristiano, chi lotta per la giustizia troverà riconoscimento e ricompensa nella vita terrena o nell’aldilà.

Ma questa promessa non si è realizzata per i 270 giornalisti e operatori dei media uccisi dalle bombe israeliane sganciate su Gaza. Tra le vittime della guerra all’informazione e alla stampa c’è Anas al-Sharif, il corrispondente da Gaza più attivo. La sua morte, avvenuta quattro giorni fa, svela una verità scomoda e dolorosa: la promessa di proteggere i giornalisti è la più grande menzogna della loro professione. A Gaza, la scritta “Press” sul giubbotto antiproiettile non è uno scudo. È un bersaglio. È un invito ai soldati israeliani a mirare con più precisione. E a delegittimare la loro missione, calpestando violentemente il diritto internazionale umanitario.

Fonte: EFE

Chi era Anas al-Sharif?

Anas al-Sharif sapeva di essere nel mirino delle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Le accuse di affiliazione ad Hamas lo perseguitavano da tempo. Erano già state mosse dall’esercito israeliano e respinte pubblicamente sia dal giornalista stesso che dell’emittente per cui lavorava, Al Jazeera. Nelle settimane precedenti alla sua morte, il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) aveva denunciato una campagna “diffamatoria” contro di lui. Insomma, la possibilità che questa faccenda si sarebbe conclusa con un assassinio era concreta. E così, il 6 agosto, al-Sharif aveva consegnato ai suoi colleghi il proprio testamento.

Se queste parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce. […] Ho vissuto il dolore in ogni suo dettaglio, ho assaporato la sofferenza e la perdita molte volte, eppure non ho mai esitato a trasmettere la verità così com’è. […] Vi affido la Palestina, il battito cardiaco di ogni persona libera di questo mondo. Vi affido il suo popolo, i suoi bambini innocenti e oppressi, che non hanno mai avuto il tempo di sognare o di vivere in sicurezza e pace.

Anas al-Sharif aveva 28 anni. Era il volto più conosciuto dell’emittente qatariota da Gaza, la voce più ascoltata. Alcuni suoi reportage avevano raggiunto addirittura picchi di milioni di spettatori. Per diversi mesi, era rimasto tra i pochi reporter a documentare la presa di Jabalia, il campo profughi nel nord della Striscia di Gaza, e ad assistere in diretta alla morte di colleghi, familiari, amici di una vita.

A gennaio, quando la tregua mediata dagli Stati Uniti sospese momentaneamente i combattimenti, l’immagine di al-Sharif che si toglieva l’elmetto e il giubbotto antiproiettile per annunciare il cessate il fuoco fece il giro del mondo. Quel gesto liberatorio divenne un simbolo di speranza e resistenza. Era il segnale che Gaza sarebbe tornata a respirare, almeno per un po’.

Fonte: Middle East Eye

Per alcuni giorni, al-Sharif riuscì a trascorrere del tempo con la sua famiglia. Un video che circola sulla rete racconta il momento esatto in cui il giornalista palestinese rivede sua figlia Sham, avvolta nel suo maglioncino rosa. La stringe, la bacia, non riesce a separarsene. Con loro c’è anche Salah, il secondogenito. Ha da poco imparato a camminare. Nel suo testamento, al-Sharif scrive anche di lui:

Desideravo accompagnarlo per tutta la vita, finché non fosse diventato abbastanza forte da portare il mio fardello e continuare la missione.

La lettera di al-Sharif è più di un semplice testamento: è un inno alla libertà d’informazione, un atto d’amore verso la sua professione. Per lui, il giornalismo è un’arte che si tramanda, come un mestiere antico. Il giornalista è un artigiano dell’informazione che, mosso dalla passione per la verità, assorbe i trucchi del mestiere e li trasmette al proprio figlio, come se fosse una tradizione di famiglia. Ed è proprio in questo passaggio generazionale che torna quel concetto di fame e sete di giustizia che ha aperto questa riflessione. Una giustizia da cercare e da condividere, anche a costo della vita.

Le presunte prove sull’affiliazione ad Hamas

Anas al-Sharif era l’unico giornalista presente quando, il 30 gennaio, i miliziani di Hamas riportarono alla luce, tra le macerie di Gaza, Agam Berger, una soldatessa rapita il 7 ottobre 2023. L’intelligence israeliana non aveva dubbi: quell’episodio era un altro pezzo che andava ad aggiungersi al dossier che l’esercito stava preparando da tempo su al-Sharif, accusato di essere un “terrorista a capo di una cellula di Hamas” e di aver lanciato “attacchi missilistici contro civili israeliani e truppe”.

Secondo l’IDF, esistono documenti in arabo e in inglese che proverebbero che Anas al-Sharif era un agente di Hamas integrato in Al Jazeera, nonché notizie di intelligence provenienti da Gaza e carte che dettagliano “elenchi di persone, liste di addestramento terroristico e registri degli stipendi”. Sono state diffuse anche due foto che lo ritrarrebbero con Yahya Sinwar, l’ex leader di Hamas a Gaza, ucciso nell’ottobre 2024. Non è chiaro a quando risalgano le immagini, né in che circostanza siano state scattate. Potrebbero risalire a un periodo prebellico. Va ricordato che Hamas governa la Striscia di Gaza da quasi vent’anni e che nelle democrazie, come nelle autocrazie, il lavoro dei giornalisti non può prescindere dall’interazione con le autorità locali.

Fonte: X
Fonte: X

Una ricerca condotta dalla BBC ha confermato che, prima della guerra, Anas al-Sharif aveva “collaborato con un team media di Hamas”. Ma la stessa emittente britannica sottolinea come, “in alcuni post pubblicati sui social media poco prima della morte, il giornalista criticasse apertamente il gruppo terrorista”. Jodie Ginsberg, CEO del CPJ, non ha fatto giri di parole. “Il diritto internazionale è molto chiaro su questo punto: solo i combattenti attivi possono essere considerati obiettivi legittimi in guerra. Aver lavorato per un team media di Hamas non ti rende un combattente attivo”, ha affermato. “E nulla di ciò che l’IDF ha prodotto finora in termini di prove dimostra che lui lo fosse”.

La morte di al-Sharif

Nemmeno dodici ore dopo il discorso alla stampa di Netanyahu, in cui il premier israeliano denunciava “la campagna globale di bugie di Hamas” e prometteva l’accesso a un “numero maggiore di reporter stranieri”, l’IDF ha colpito la tenda usata dai giornalisti palestinesi come rifugio e redazione accanto all’ospedale Al-Shifa, nel nord della Striscia. È una strage. Oltre ad al-Sharif, sono morti anche Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal, Moamen Aliwa e Mohammad al-Khaldi. Lunedì mattina, i loro corpi sono stati sepolti nel cimitero di Sheikh Radwan, nel centro di Gaza, in mezzo a una folla radunata per dare l’ultimo saluto a coloro che hanno voluto raccontare la sofferenza della popolazione palestinese con coraggio.

Foto di Jehad Alshrafi/AP

Per la prima volta, Israele ha rivendicato la responsabilità dell’omicidio di un giornalista. Le prove fornite dall’IDF sulla militanza di al-Sharif nel gruppo terrorista sono poche, insufficienti, secondo alcuni manipolate. E nessuna giustificazione è stata data per l’uccisione degli altri cinque reporter.

L’indignazione della comunità internazionale

L’assassinio di Anas al-Sharif ha scatenato immediatamente un’ondata di indignazione globale, soprattutto tra le testate giornalistiche e i politici. La prima emittente ad aver commentato la tragedia è stata Al Jazeera, che ha bollato le presunte prove presentate dall’IDF sull’affiliazione di al-Sharif come “contraffatte”. “Un attacco alla libertà di stampa”, questo si legge nella sua denuncia. Le hanno fatto seguito le dichiarazioni dell’ONU e delle ONG più importanti. “L’uccisione di sei giornalisti palestinesi da parte dell’esercito israeliano è una grave violazione del diritto internazionale umanitario”, ha sentenziato l’ONU. Reporter Senza Frontiere ha condannato “l’omicidio mirato”, mentre il CPJ ha accusato Israele di avere una “consolidata e documentata abitudine di tacciare i giornalisti di essere terroristi senza fornire prove credibili”.

Anche le cancellerie europee si sono mosse. Il governo britannico ha rivendicato il diritto dei corrispondenti di esercitare i loro doveri professionali in guerra. “I giornalisti che coprono i conflitti sono tutelati dal diritto umanitario internazionale e devono poter lavorare in sicurezza”, ha detto la portavoce del premier britannico, Keir Starmer. Anche il portavoce del Ministero degli Esteri tedesco ha chiesto chiarimenti: “Israele deve spiegare perché cinque colleghi giornalisti siano stati uccisi in un attacco diretto a una sola persona”. Poi, riferendosi al bilancio delle vittime tra i giornalisti palestinesi, ha aggiunto: “È un numero assolutamente inaccettabile”.

Fonte: Al Jazeera

Il prezzo della verità

Anas al-Sharif non è morto per caso. È morto perché era un giornalista. La sua vita mostra quanto il mestiere dell’inviato di guerra sia diventato pericoloso. Non esistono più zone franche e soggetti belligeranti, salvacondotti e immunità. La linea di demarcazione tra militare e civile si sta assottigliando fino a scomparire. E ciò vale per tutte le cinquantanove guerre attualmente in corso nel mondo.

Il concetto stesso di “civilizzazione” della guerra, nato dopo la fine della Seconda guerra mondiale, è un’illusione. Si era creduto che le convenzioni internazionali avrebbero imbrigliato la guerra, ridotto la sua carica distruttiva, in qualche modo. Tutelato i giornalisti, soprattutto. Ma l’avvento delle nuove tecnologie belliche, su tutte i droni, pensati per rendere i combattimenti più puliti e incruenti, non ha fatto altro che sguinzagliare la ferocia asettica e disincarnata dell’essere umano, deresponsabilizzando lo sguardo di chi colpisce da lontano. Troppo lontano per vedere le conseguenze delle proprie azioni.

Al-Sharif è morto perché raccontava la verità. E quando un testimone diventa potente quanto un’arma, viene neutralizzato. Ma c’è una cosa che neppure un proiettile può cancellare: il lascito umano e professionale di chi ha documentato la situazione sul campo con dignità, sfidando la logica dell’oblio. Ogni sua parola, ogni suo video, ogni suo collegamento è, oggi, un patrimonio collettivo. Non solo del popolo palestinese, ma di chiunque, nel mondo, creda ancora che l’informazione trasparente non sia propaganda, ma un dovere morale. Non un esercizio retorico, ma una responsabilità.

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