Il 23 maggio 1992 non fu soltanto il giorno in cui la mafia assassinò un magistrato. Fu il giorno in cui un’intera architettura criminale dimostrò di poter sfidare lo Stato sul piano militare, politico e simbolico. Trentaquattro anni dopo la strage di Capaci, l’Italia continua a commemorare Giovanni Falcone, ma il rischio più grande è che il rito della memoria sostituisca la ricerca della verità completa.
Alle 17:58 di quel sabato di maggio, cinquecento chili di esplosivo collocati sotto l’autostrada A29 fecero saltare in aria il tratto nei pressi di Capaci. Morirono Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ma già nelle ore successive emerse una domanda destinata a inseguire tre decenni di storia repubblicana: Cosa Nostra agì davvero da sola?
L’attentato che cambiò il metodo mafioso
La strage rappresentò una rottura strategica. Fino ad allora la mafia aveva preferito l’omicidio mirato, il controllo silenzioso, la penetrazione economica. Con Capaci, invece, Cosa Nostra scelse la spettacolarizzazione della violenza.
L’obiettivo non era soltanto eliminare Falcone. Era lanciare un messaggio allo Stato, ai magistrati, ai collaboratori di giustizia e alla società civile: nessuno era intoccabile.
Dietro quell’operazione c’era la regia del gruppo corleonese guidato da Salvatore Riina. Le sentenze definitive hanno accertato responsabilità operative e mandanti mafiosi. Eppure, una parte dell’inchiesta resta ancora immersa in una zona grigia fatta di depistaggi, silenzi e relazioni esterne all’organizzazione criminale.
Il cono d’ombra sui “mandanti esterni”
Il punto più controverso riguarda proprio questo: chi beneficiò davvero della morte di Falcone?
Negli anni, magistrati e investigatori hanno ipotizzato la presenza di interessi convergenti tra mafia, pezzi deviati delle istituzioni, ambienti imprenditoriali e settori della politica. Non esistono sentenze definitive che certifichino una regia esterna unitaria, ma esiste un dato incontestabile: Falcone stava toccando centri di potere che andavano ben oltre la criminalità organizzata tradizionale.
Negli ultimi mesi della sua vita lavorava su flussi finanziari internazionali, rapporti tra mafia e appalti, riciclaggio, connessioni economiche sofisticate. Aveva inoltre intuito che la mafia stava trasformandosi in una holding criminale capace di dialogare con il sistema economico legale.
La domanda investigativa, ancora oggi, resta aperta: eliminare Falcone serviva soltanto a vendicare il maxiprocesso o anche a fermare un magistrato che stava ampliando il raggio delle sue indagini?
Le anomalie delle indagini
Ogni grande strage italiana porta con sé un elemento ricorrente: il depistaggio.
Anche Capaci non fa eccezione. Le dichiarazioni di falsi collaboratori, le contraddizioni investigative e alcune omissioni hanno rallentato per anni la ricostruzione completa dei fatti. In particolare, il caso del falso pentito Vincenzo Scarantino — centrale soprattutto nelle indagini successive alla strage di via D’Amelio — ha mostrato quanto il sistema investigativo italiano fosse vulnerabile a manipolazioni e costruzioni artificiali della verità.
La stessa morte di Paolo Borsellino, avvenuta appena 57 giorni dopo Capaci, rafforzò il sospetto che fosse in corso qualcosa di più complesso di una semplice vendetta mafiosa. Due magistrati simbolo di Palermo e dell’Italia intera, eliminati in meno di due mesi: una tempistica che ancora oggi alimenta interrogativi su eventuali accelerazioni, protezioni e complicità.
Il ricordo come segno di un’inchiesta mai risolta
Oggi il nome di Falcone è diventato simbolo nazionale. Scuole, piazze, caserme e aeroporti lo ricordano ogni anno. Ma un’inchiesta giornalistica non può fermarsi alla celebrazione.
La vera eredità di Capaci è una domanda ancora irrisolta sul rapporto tra criminalità organizzata e potere. Le mafie contemporanee non usano più quasi mai il tritolo. Preferiscono la finanza, gli appalti, la corruzione, la logistica internazionale, il cyberspazio economico. In questo senso, l’intuizione di Falcone era in anticipo di decenni.
Ricordare Capaci nel 2026 significa allora interrogarsi non solo su ciò che accadde quel pomeriggio sull’autostrada, ma su quanto di quel sistema di relazioni opache sia sopravvissuto fino a oggi.