Venerdì pomeriggio, alle 16:00, Israele e Hezbollah hanno concordato il rinnovo del cessate il fuoco in Libano. La notizia è stata confermata dall’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, e da un rappresentante del gruppo islamista, Ibrahim al Moussawi. Quest’ultimo, in un’intervista concessa ad Al-Araby TV, ha precisato che i militanti rispetteranno il cessate il fuoco «solo se lo rispetterà anche Israele». Tuttavia, l’esercito israeliano ha continuato a bombardare le regioni del Libano meridionale, rendendo ancora più faticosi gli sforzi per trovare una soluzione definitiva alla guerra tra Iran e Stati Uniti, alla quale la crisi mediorientale è strettamente legata.
La notizia è sorprendente per diversi motivi. Innanzitutto, Hezbollah ha accettato di trattare i termini dell’accordo con Israele. Fin dall’inizio della guerra, infatti, il gruppo islamista si è sempre sottratto a qualsiasi apertura del canale diplomatico con Tel Aviv, costringendo di fatto Netanyahu a coinvolgere nelle trattative il governo di Beirut. In secondo luogo, il cessate il fuoco rispetta, seppur in ritardo, uno dei punti contemplati dal memorandum d’intesa firmato da Stati Uniti e Iran. Infine, la cessazione delle ostilità potrebbe agevolare a Trump il compito di mettere una toppa a una guerra divenuta ormai impopolare. Ma la strada verso la pace appare già in salita.
Cosa c’entra il Libano con la guerra in Iran?
Il coinvolgimento del Libano nella guerra “triangolare” tra Stati Uniti, Iran e Israele risale ai primi giorni di marzo, quando Hezbollah, in risposta all’uccisione della Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, lanciò una serie di attacchi contro Tel Aviv. Da quel momento, l’ondata di violenze si è propagata senza sosta: bombardamenti, incendi, massacri ingiustificati. Secondo il Ministero della Salute libanese, almeno 3.912 persone, tra cui donne e bambini, sono state uccise e altre 11.699 sono rimaste ferite. Ma non solo. Israele ha anche messo in atto un’operazione militare su vasta scala nel Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di sradicare dal territorio i combattenti di Hezbollah.
Ecco perché Israele non ha intenzione di ritirare le sue truppe dal Libano. Dal punto di vista di Benjamin Netanyahu, la guerra contro Hezbollah non ha nulla a che vedere con i risvolti pericolosi del blocco dello Stretto di Hormuz. È una questione a parte, che riguarda i terroristi sciiti, appostati lungo il confine tra Israele e Libano, e la popolazione civile israeliana, perennemente esposta al rischio di rimanere vittima di un attacco oltreconfine. Per l’Iran, tuttavia, il memorandum d’intesa riguarda tutto il Medio Oriente, Libano compreso. Il fatto che Israele abbia continuato la sua offensiva, quindi, potrebbe essere considerato uno dei motivi per cui i colloqui con gli Stati Uniti, previsti venerdì, sono falliti.
Il raffreddamento dei rapporti tra Trump e Netanyahu
Dopo aver firmato il memorandum d’intesa, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, era particolarmente impaziente di raggiungere con la controparte iraniana un accordo di pace definitivo, che gli permettesse di guadagnare punti in vista delle mid-term elections. Netanyahu, però, ha continuato a bombardare a tappeto le regioni meridionali del Libano, trasgredendo uno dei punti fondamentali del memorandum, che prevedeva la cessazione immediata delle ostilità tra Israele e Hezbollah. Trump non l’ha presa bene. Temeva che il risultato diplomatico faticosamente ottenuto sul fronte iraniano potesse sgretolarsi.
Ne è seguita una lite furibonda al telefono. Da allora, Trump ha lanciato severi avvertimenti all’indirizzo di Netanyahu, ordinandogli di bloccare l’avanzata delle sue truppe. Durante uno dei suoi interventi al G7, tenutosi mercoledì in Francia, il presidente degli Stati Uniti ha affermato che il primo ministro israeliano è un «brav’uomo», ma che a volte «si agita un po’ troppo». «Netanyahu dovrebbe usare un approccio più morbido. Non c’è bisogno di demolire un edificio ogni volta che qualcuno ci entra solo perché appartiene a Hezbollah». È bastata una strizzata d’orecchie del suo alleato più potente per convincere Netanyahu a imbrigliare il suo esercito e rinnovare l’attesa tregua.
La tregua è fallita ancor prima di iniziare
Tutto è bene quel che finisce bene. E invece no. Nonostante sia stato annunciato un cessate il fuoco, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno dichiarato di voler portare a termine il lavoro per il quale erano stati mobilitati, cioè «frapporsi tra Hezbollah e i civili israeliani». «Gli attacchi di Hezbollah dimostrano che i suoi obiettivi sono gli stessi: rimanere ai confini di Israele e pianificare attacchi contro i nostri civili”, ha dichiarato Effie Defrin, portavoce dell’esercito israeliano, riferendosi all’uccisione di quattro soldati israeliani, avvenuta nella notte tra giovedì e venerdì. Anche Netanyahu ha già fatto intendere che non ritirerà le truppe dal Libano. «Finché Hezbollah sarà operativo, noi non ce ne andremo», ha detto.
«Finché l’esercito israeliano continuerà ad occupare il Libano, noi non ci disarmeremo», hanno risposto i leader di Hezbollah. Non è difficile capire perché il cessate il fuoco stia già vacillando dopo solo poche ore. Molti sostengono che non sia nemmeno iniziato. Dopo il rinnovo della tregua, Israele ha continuato a bombardare il Libano meridionale, per vendicare la morte dei quattro soldati israeliani. Samantha Granville, corrispondente della BBC da Nabatieh, ha rivelato che le esplosioni hanno continuato a rimbombare anche dopo le 16:00. Nel frattempo, la rappresaglia israeliana ha già mietuto circa 20 vittime.
La difficile posizione di Netanyahu
L’incontenibilità del fuoco d’artiglieria israeliano è un ulteriore segnale dell’incapacità di Trump di controllare il destino della guerra in Libano e dell’accordo stipulato con l’Iran. Allo stesso tempo, Netanyahu è pressato da due due fazioni molto diverse. Da un lato, Trump si augura che i combattimenti in Libano cessino immediatamente. Dall’altro, molti israeliani desiderano che l’offensiva nel Libano meridionale continui. Una recente dichiarazione rilasciata da Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza israeliano, è particolarmente eloquente: «Tutto il Libano deve bruciare». È difficile immaginare, dunque, come Netanyahu possa accontentare sia il suo più potente alleato internazionale sia la popolazione del suo stesso Paese, senza scadere nell’ambiguità.