Un artigiano diventato visionario
Anche chi affronta la scultura del Novecento italiano tende a incontrare Adolfo Wildt per interposta persona, attraverso i suoi allievi.
Nato a Milano nel 1868 in una famiglia povera, a undici anni entra come apprendista nella bottega di Giuseppe Grandi, poi impara a lavorare il marmo nello studio di Federico Villa e frequenta Brera.
Ciò significa che Wildt arriva alla scultura dal mestiere, dal gesto del finitore che toglie e leviga, e non dall’idea, egli nel 1894 stringe con il collezionista tedesco Franz Rose un accordo che gli assicura uno stipendio annuale in cambio del primo esemplare di ogni opera: una protezione che lo isola dal mercato e gli permette di immergersi nella ricerca.
Il risultato più riconoscibile di questa clausura è la «Maschera del dolore», autoritratto del 1908 oggi agli Uffizi, la tesi che qui sostengo è semplice: il vero soggetto di Wildt non è il volto ma la superficie.
Il marmo, portato a un grado di lucentezza e traslucenza quasi opalescente, è insieme pelle e velo, e ogni tormento dell’espressione sembra passare attraverso di esso come attraverso una membrana tesa.
Canova, il gotico, la Secessione: una classicità voltata contro se stessa
La genealogia è dichiarata, e proprio per questo ambigua, «La vedova», del 1892, discende dal busto della «Vestale» di Canova; «La vergine», esposta alla Biennale romana del 1925, ne riduce ulteriormente la sintesi fino al frammento del volto.
Ma dove Canova levigava per consolare, Wildt leviga per tormentare: la perfezione diventa tortura, gli studiosi hanno ricondotto il suo stile allo studio della scultura tardogotica, in senso espressionista, e al clima della Secessione viennese; non a caso la sua opera attraversa mostre a Monaco e in area tedesca prima di essere pienamente accolta in Italia.
La contraddizione è feconda: egli adopera il lessico del classico e ne rovescia la funzione, scegliendo la linea affilata, l’allungamento, la tensione ascetica.
Nasce di qui la definizione di «ultimo simbolista», che dà il titolo a una grande mostra milanese in collaborazione con il Musée d’Orsay: una formula che ha il merito di storicizzarlo e il rischio di chiuderlo in un’etichetta.

Maestro e scuola: dalla clausura al Novecento, fino a Fontana
La morte di Rose, nel 1912, lo costringe a confrontarsi con il mercato; già l’anno successivo il Premio Principe Umberto segna il disgelo con la critica italiana, e nel 1925 Wildt entra nel comitato direttivo del Novecento Italiano, sostenuto da Margherita Sarfatti.
Nel 1921 pubblica «L’arte del marmo», che molti leggono come testamento morale del mestiere; tra il 1921 e il 1922 apre una scuola di marmo organizzata come una bottega medievale, nel 1923 ottiene la cattedra di scultura a Brera, e nel 1927 la sua scuola viene incorporata nell’Accademia come corso triennale.
Tra gli allievi: Lucio Fontana, Fausto Melotti e Luigi Broggini, il suo ultimo grande gesto è «Il puro folle», cioè Parsifal: un gesso preparatorio alto sei metri inviato alla prima Quadriennale di Roma nel 1931, l’anno della morte.
Resta da domandarsi, e la tentazione interpretativa è forte, se i tagli di Fontana non siano la risposta, a distanza, alla pelle di Wildt: là dove il maestro levigava la superficie fino a renderla insopportabile, l’allievo decise di bucarla.
Può darsi che la scultura italiana del Novecento si sia mossa, in fondo, dentro la ferita aperta da questo marmo.