Stretto di Hormuz, Khamenei: “i Paesi musulmani si uniscano contro USA e Israele”

Lo Stretto di Hormuz resta al centro della crisi mediorientale. L’Iran fa sapere di non avere fretta di riaprirlo e lega qualsiasi accordo con l’Oman al rispetto degli impegni da parte degli Stati Uniti. Intanto, le tensioni si estendono dal Golfo alla Cisgiordania e al Libano, mentre Teheran torna a invocare l’unità del mondo musulmano contro quello che definisce il “nemico”.

La crisi mediorientale continua così a svilupparsi su più fronti. Da una parte c’è lo scontro tra Iran e Stati Uniti in merito alla questione dello Stretto di Hormuz. Dall’altra, aumentano le tensioni tra Israele e palestinesi e resta aperto il caso libanese, legato soprattutto al ruolo di Hezbollah.

Iran: “Non abbiamo fretta di riaprire lo Stretto di Hormuz”

A riportare la questione al centro dell’attenzione è stato il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi.

La posizione iraniana mostra quanto il controllo della navigazione nello Stretto sia diventato uno degli strumenti principali della crisi, causando un deficit nel commercio globale e nelle economie dei Paesi di tutto il mondo.

Hormuz non è infatti un semplice tratto di mare. Il suo valore è legato alla posizione geografica: collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e rappresenta una delle principali vie attraverso cui le esportazioni energetiche della regione raggiungono i mercati internazionali.

Per questo motivo, ogni decisione iraniana sulla navigazione nello Stretto assume una dimensione che va ben oltre il confronto tra Teheran e Washington.

Cisgiordania, aggredita una troupe di NBC News

Le tensioni arrivano contemporaneamente anche in Cisgiordania. Nel villaggio di Jalud, una troupe di NBC News composta da quattro persone e una donna palestinese sarebbe stata aggredita da alcuni coloni israeliani.

Secondo quanto riferito dall’emittente statunitense, cinque persone sono rimaste ferite e hanno avuto bisogno di cure mediche immediate. L’episodio si inserisce in un contesto già caratterizzato da forti tensioni tra comunità palestinesi e coloni israeliani, sottolineando quanto il conflitto riesca a propagarsi a vista d’occhio.

La situazione in Cisgiordania rappresenta inoltre uno dei fronti più delicati della crisi regionale. Anche quando l’attenzione internazionale si concentra sul confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele, gli sviluppi nei territori palestinesi continuano infatti ad avere un peso diretto sulla stabilità del Medio Oriente.

Libano, Aoun ribadisce il monopolio delle armi allo Stato

Un altro fronte riguarda il Libano: il presidente libanese Joseph Aoun ha condannato la prosecuzione degli attacchi israeliani nel sud del Paese e ha ribadito la necessità che le armi legittime siano esclusivamente nelle mani dello Stato.

Il riferimento riguarda anche il processo di disarmo di Hezbollah. Aoun ha sottolineato l’obiettivo di estendere l’autorità dell’esercito libanese sull’intero territorio nazionale, richiamando la risoluzione 1701 delle Nazioni Unite. La posizione del presidente riflette una questione centrale per il Libano: il tentativo di rafforzare la sovranità delle istituzioni statali in un Paese nel quale Hezbollah mantiene una significativa capacità militare e politica.

Allo stesso tempo, Aoun ha criticato gli attacchi israeliani nel sud del Paese, sostenendo che il rafforzamento dello Stato non debba significare lasciare il territorio meridionale esposto alle minacce esterne.

Khamenei: “Il nemico vuole dividere la nazione islamica”

Sul fronte iraniano, la Guida suprema Mojtaba Khamenei ha riportato il discorso su una dimensione più ampia.

In un messaggio pubblicato su X, Khamenei ha sostenuto che il “nemico” voglia dividere la nazione islamica e ha indicato nell’unità dei musulmani una condizione fondamentale per quella che definisce una possibile “vittoria definitiva”. Nel suo messaggio, Khamenei ha inoltre accusato Stati Uniti e Israele di essere nemici dei musulmani e ha collegato la divisione del mondo islamico alla situazione dei palestinesi.

Hormuz resta il nodo strategico

Il punto centrale, dunque, rimane lo Stretto di Hormuz. La decisione iraniana di non avere fretta di riaprire il passaggio dimostra che la crisi non si combatte soltanto attraverso le operazioni militari o le dichiarazioni politiche. Anche la geografia può diventare uno strumento di pressione. Ed è proprio questa la caratteristica che rende la crisi mediorientale così delicata: un singolo punto della carta geografica può avere conseguenze che arrivano molto lontano, coinvolgendo sicurezza, commercio, energia e rapporti internazionali.

Per ora, Teheran mantiene la pressione e lega la questione dello Stretto agli impegni degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, Qatar, Turchia e Oman cercano spazi per la diplomazia. Il quadro resta quindi estremamente instabile. E finché lo Stretto di Hormuz resterà al centro dello scontro, ogni nuova escalation nella regione rischierà di assumere una dimensione globale.

Barron Trump: recluso dopo le minacce di Teheran

Secondo fonti citate dal New York Post, Barron condurrebbe una vita particolarmente riservata e trascorrerebbe gran parte del tempo lontano dalla scena pubblica. Il suo profilo è inoltre già oggetto di particolare attenzione da parte della sicurezza presidenziale. L’ufficio di Melania Trump ha chiesto ai media di rispettare la privacy del giovane, sottolineando che, alla luce delle recenti minacce, i dettagli sulla sua vita privata non dovrebbero essere divulgati.

La questione assume un significato più ampio se inserita nel quadro delle tensioni tra Washington e Teheran. Le minacce rivolte a persone vicine ai vertici politici israeliani e statunitensi mostrano infatti come il confronto tra gli Stati possa estendersi anche alla dimensione della sicurezza personale delle famiglie dei leader.

Per la famiglia Trump, la protezione di Barron non è però una questione completamente nuova. Nel 2022, quando Donald Trump non era più presidente, Melania intervenne affinché la scorta assegnata al figlio fosse prorogata oltre il limite previsto dalla legge. Oggi, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca e il rapporto tra Stati Uniti e Iran particolarmente teso, la sicurezza del ventenne torna inevitabilmente sotto i riflettori. Dall’approfondimento di SkyTg24, resta noto che il figlio del presidente vive tecnicamente ancora a casa dei suoi genitori, anche se ha i suoi spazi: una stanza alla Casa Bianca, una suite a Mar-a-Lago e un intero piano alla Trump Tower, a Midtown Manhattan.

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