A Bonitillo, un quartiere povero della città costiera di La Ceiba, la violenza sembra essere fuori controllo. “Nella settimana tra aprile e maggio, sono state uccise nove persone nella zona. Cinque in un solo giorno”, racconta il leader comunitario Rely Mencilla. E lancia un’accusa in diretta: “Lo stato di eccezione in Honduras è una farsa. Non funziona. A La Ceiba ci sono omicidi in ogni colonia, ogni giorno”.
Dichiarato per la prima volta nel dicembre 2022, con l’obiettivo di combattere il narcotraffico e le bande criminali, lo stato di eccezione honduregno avrebbe dovuto durare 30 giorni. Oggi, a quasi due anni di distanza, quella misura straordinaria è ancora in vigore. È stata prorogata almeno 17 volte, spesso senza il necessario via libera del Congresso. Quella che avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea si è trasformata, secondo molti osservatori dei diritti umani, in una “nuova normalità”. Uno strumento per sospendere i diritti fondamentali e consolidare il potere delle forze di sicurezza.

Una promessa infranta
Eppure, la presidente dell’Honduras, Xiomara Castro, si era presentata agli elettori come una politica riformista, promettendo di smilitarizzare la sicurezza interna e porre fine agli abusi del passato. Ma dopo un improvviso aumento degli omicidi legati al racket dell’estorsione — un fenomeno che, secondo l’Association for a More Just Society, generava già nel 2020 un giro d’affari di 737 milioni di dollari, pari al 3% del PIL del Paese — Castro ha deciso di mobilitare quasi 20.000 agenti e di invocare poteri straordinari.
Per marcare un’apparente rottura con le politiche autoritarie dei governi precedenti, Xiomara Castro ha sciolto la famigerata FNAMP (Fuerza Nacional Anti Maras y Pandillas), accusata di operare come squadrone della morte e di collaborare con la MS-13, un’organizzazione criminale transnazionale. Ma molti dei suoi membri sono stati semplicemente ricollocati nella nuova DIPAMPCO (División Policial Anti Maras y Pandillas Contra el Crimen Organizado).

Cos’è la DIPAMPCO?
Oggi, la DIPAMPCO è l’emblema della militarizzazione del Paese. Armati, incappucciati, con giubbotti antiproiettile e caschi, i suoi agenti pattugliano le strade di Tegucigalpa e San Pedro Sula, specialmente nei quartieri più poveri.
Ma dietro la retorica della sicurezza si nasconde un lato oscuro. Un procuratore honduregno specializzato in casi di corruzione, intervistato da Al Jazeera in forma anonima, ha denunciato la sparizione di armi automatiche e cocaina sequestrate in un presunto laboratorio clandestino. “È probabile che la polizia abbia trattenuto il materiale per rivenderlo sul mercato nero”, ha dichiarato.

Le accuse non si fermano qui. Secondo il giornale investigativo Contracorriente, nei primi 29 mesi del governo Castro sono state presentate almeno 108 denunce di sparizioni forzate, alcune delle quali collegate direttamente alla DIPAMPCO. “Molti dei loro agenti provengono dalla disciolta FNAMP”, ha spiegato il procuratore.
Il capo della Polizia Nazionale, Gustavo Sanchez, ha minimizzato le critiche, affermando che alcuni gruppi criminali avrebbero falsificato le uniformi del DIPAMPCO per compiere crimini e gettare discredito sull’unità. Ha annunciato un cambio di divise, ma non ha mai affrontato direttamente le gravi accuse di violazioni sistematiche dei diritti umani.
La repressione come strumento politico
Per molti critici, lo stato di eccezione non solo si sta rivelando inefficace nella lotta alla criminalità, ma sta diventando anche un vero e proprio strumento politico di controllo e repressione.
Amnesty International e altre ONG hanno esortato i candidati per le prossime elezioni presidenziali a revocare l’emergenza, ripristinando le garanzie costituzionali. Ma la preoccupazione più grande è che, in piena campagna elettorale, lo stato di eccezione venga utilizzato per limitare la libertà di stampa, la protesta pubblica e persino influenzare il risultato del voto.

“Vogliono mantenere l’emergenza per impedire alla popolazione di scendere in piazza”, sostiene Mencilla. “È una strategia di intimidazione per restare al potere”.
Anche Joaquin Mejia, un avvocato per i diritti umani, avverte: “Un ciclo elettorale sano ha bisogno di un clima pacifico, basato sul rispetto dei diritti civili”.
I dati della Commissione nazionale per i diritti umani (CONADEH) confermano il trend allarmante: tra il dicembre del 2022 e il dicembre del 2024 sono state presentate 798 denunce per violazioni attribuite alle forze di sicurezza, tra cui detenzioni arbitrarie, esecuzioni extragiudiziali, incursioni senza mandato e sparizioni forzate.
Da Bukele a Castro: una storia che si ripete
Non è un caso che la svolta repressiva dell’Honduras ricalchi il modello salvadoregno. Nel marzo 2022, il presidente salvadoregno, Nayib Bukele, ha dichiarato lo stato di eccezione, trasformando El Salvador in uno degli Stati più militarizzati dell’America Latina. Migliaia di persone sono state arrestate, spesso senza mandato né prove concrete, con processi di massa da centinaia di imputati e detenzioni prolungate senza accesso alla giustizia.
Anche se il numero degli omicidi è diminuito, le organizzazioni internazionali accusano Bukele di aver sacrificato lo stato di diritto in nome della sicurezza. E Castro, pur presentandosi inizialmente come una leader progressista, ha finito per seguire lo stesso sentiero.

Un futuro incerto
Con le elezioni presidenziali alle porte, l’Honduras si trova a un bivio. Il governo insiste che lo stato di eccezione sia necessario per la sicurezza pubblica. Ma nei quartieri popolari la realtà è ben diversa: omicidi quotidiani, abusi di potere e un crescente senso di sfiducia verso le istituzioni.
Il risultato è un ordine democratico sempre più fragile, sull’orlo del collasso.
Oggi, per molti cittadini, la minaccia più grande non sono le bande criminali, ma lo Stato stesso.